Che ha da dire Italia Nostra, le si chiede, sull’annunciato avvio dei lavori entro il Sant’Agostino?

SAgostino

Alla sollecitazione della Stampa a esprimersi sugli ultimi sviluppi della vicenda del “Sant’Agostino” Italia Nostra è tentata di rispondere di non avere nulla da dire. Se non – forse – che ci sono voluti ben quindici anni per cominciare a fare quello che nel 2006 l’associazione aveva indicato perché fosse colta nella generosa disponibilità del vasto complesso dell’Ospedale Sant’Agostino l’attesa occasione di risolvere i problemi degli istituti culturali della città. Non il polo librario programmato nell’estemporaneo accordo di quell’anno tra Ministro, Sindaco e Presidente della Fondazione Cassa di Risparmio (poi negli anni rinnovato con i ministri via via succeduti) per il trasferimento delle due pubbliche biblioteche di ricerca, la statale Estense e la comunale Poletti, insediate da oltre un secolo nel Palazzo dei Musei insieme a Galleria Estense, Musei Civici e Archivio Storico Comunale. Quando alla fisiologica espansione di questi istituti è lì pronta l’attigua porzione retrostante del vasto edificio lasciata libera dal trasferito Ospedale Estense, se si rinunci all’idea debole di insediarvi gli uffici della amministrazione comunale. Nel Sant’Agostino, recuperato alle nuove funzioni con un restauro che valorizzi l’originale assetto compositivo dello storico insediamento ospedaliero, siano portati invece, dicemmo, la Galleria Civica e il Museo della Figurina, che stanno nel Palazzo Santa Margherita e contendono gli spazi alla Biblioteca Delfini, che potrà allora occupare l’intero edificio e divenire da biblioteca di quartiere vera e propria biblioteca della città.
Sulla destinazione del Sant’Agostino a polo librario fu misurato il progetto architettonico affidato per concorso internazionale (al gruppo guidato da Gae Aulenti), necessariamente di radicale ristrutturazione (con le due torri del deposito svettanti di oltre dieci metri sulle altezze circostanti), ma in contrasto con la disciplina di piano regolatore che lì prescrive restauro e risanamento conservativo, mentre l’intero complesso (nucleo settecentesco ed espansioni ottocentesche) è tutelato secondo la disciplina conservativa del codice dei beni culturali. Fu sollecito il Comune a dare tuttavia il permesso di costruire e la Direttrice regionale per i beni culturali (parte attiva nella commissione giudicatrice dei progetti in concorso) volle tener per sé anche l’autorizzazione che spetta invece al Soprintendente. Il TAR dell’Emilia Romagna accolse, come è noto, il ricorso di Italia Nostra e annullò il permesso di costruire (perché in contrasto con la disciplina di piano) e l’autorizzazione data dalla incompetente Direttrice regionale. Nello speciale procedimento per accordo di programma fu subito vista dal Comune la via per rientrare nella legalità con la variante urbanistica che rimuovesse il vincolo di restauro, mentre la presenza nella conferenza di servizi della Soprintendenza (di cui si scontava la fedeltà agli indirizzi del suo ministero) garantiva che sarebbe stato sotto ogni profilo abilitato il progetto di ristrutturazione. Ma gli uffici statali della tutela (Commissione regionale per il patrimonio, competente per le proposte demolizioni, e Soprintendenza) si riservarono di determinarsi autonomamente nella propria sede istituzionale, la Commissione regionale bocciò le demolizioni, essenziali nella impostazione del progetto, e la Soprintendenza negò la sua autorizzazione, sicché inutilmente l’accordo di programma si concluse con l’approvazione della sola variante urbanistica. Nel frattempo, con la riorganizzazione del ministero beni culturali, alla Galleria Estense era stato riconosciuto il ruolo di museo a gestione autonoma e ad essa era stata annessa la Biblioteca Estense che con questo vincolo di dipendenza funzionale era definitivamente confermata nella comune sede ottocentesca entro il Palazzo dei Musei. Il Comune si adeguò, fermando dove sta la Biblioteca Poletti. Per il Sant’Agostino rimaneva la disponibilità a ricevere la Galleria Civica, convertite in adeguati spazi espositivi le vaste camerate dell’ex Ospedale Militare, e il Museo della Figurina: i due istituti che frattanto il Comune aveva conferito nella Fondazione arti visive, così trasformata la (sub)Fondazione Fotografia da anni con successo gestita dalla Fondazione Cassa. Confermata per altro dalla Fondazione(ora)di Modena la generosa apertura verso la porzione dell’isolato di appartenenza statale e in uso alla Università, perché divenga con lo storico Teatro anatomico la sede dei musei universitari. Definitivamente abbandonata infine l’idea di mettere uffici di amministrazione entro gli spazi lasciati dall’Ospedale Estense, sono in corso i lavori per renderli pronti a ricevere la espansione degli attigui istituti statali e comunali del Palazzo dei Musei. Il settecentesco Albergo delle Arti recuperato alla unitaria destinazione culturale. Come avevamo immaginato.

Italia Nostra, dicevamo, non ha nulla da dire, non ha cioè nulla da aggiungere a quanto aveva sùbito, nel 2006, pubblicamente riflettuto sul corretto impiego del Sant’Agostino a servizio della città.

Modena, 24 maggio 2021.

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