Le alberature stradali a Modena

Paolo Pupillo, professore ordinario di Fisiologia Vegetale, Università di Bologna

Promemoria sulle alberature stradali a Modena

A richiesta dell’Associazione Italia Nostra, Sezione di Modena, e del Comitato di cittadini modenesi che chiedevano una valutazione della sostituzione in corso dell’arredo arboreo pubblico di via Verdi, lo scrivente ha effettuato in data 23 giugno 2011 una ricognizione delle alberature stradali della zona interessata.

Il quartiere in questione, costruito negli anni ’50-’60 nell’allora prima periferia di Modena, è caratterizzato da alti caseggiati (fino a 8 piani), ma in alcune aree prevalgono case e villini risalenti a epoca precedente e piuttosto pregevoli, per lo più con giardino. Tutte le strade sono costeggiate da due filari di alberi di varie specie, spesso di cospicue dimensioni, per la maggior parte piantati all’epoca della costruzione delle abitazioni.  In molte strade le chiome degli alberi ai due lati si uniscono a volta e danno un’ombra intensa.

Nei programmi di intervento sulle alberature del Comune di Modena era stato inserito, a seguito di perizia del 1977, un intervento di abbattimento e parziale sostituzione di tutte le piante di via Verdi  (tutti aceri negundo, secondo quanto riportato nelle relazioni ufficiali). Le perplessità e le opposizioni di gruppi di cittadini, che hanno poi chiesto maggiori informazioni e inviato loro documenti al Comune, hanno indotto a modifiche del progetto originario e giustificano la ricognizione odierna chiesta allo scrivente.

Perché venne eseguito l’intervento
Risulta dagli atti che l’intervento di via Verdi fu disposto dalla Giunta del Comune di Modena con delibera del 28.12.2007 per una spesa di € 87080. La delibera faceva seguito a una relazione del Settore Ambiente in cui, premesso che l’attività di manutenzione ordinaria non consente interventi di messa in sicurezza e di controllo delle piante di notevoli dimensioni che si rendono necessari per favorire il naturale ciclo vitale, oppure per ovviare a problemi direttamente collegati alla crescita in altezza ed in estensione della chioma in relazione al contesto urbano nel quale dette piante sono inserite>, si constatava che in viale Verdi gli aceri “americani” hanno creato problemi di rami secchi, insicurezza, caduta di branche e addirittura di piante intere, determinando problemi di stabilità e la necessità di continui interventi in via d’urgenza. Di conseguenza si proponeva la sostituzione di tutti gli aceri negundo in questione, con diradamento da “seste” di 6 m a intervalli di 12 m per favorire il miglior sviluppo (delle piante) senza potature, chiome più omogenee e resistenti alle avversità.

Nella perizia successivamente trasmessa dalla Regione al Comune di Modena nel settembre 2008 (in seguito a un sopralluogo del Servizio Fitosanitario del 28 agosto), si dichiarava: <gli alberi si trovano in pessime condizioni sanitarie e funzionali. A causa dell’eccessiva vicinanza agli edifici, i tronchi sono cresciuti inclinati verso la sede stradale. Per contenerne lo sviluppo sono stati eseguiti nel tempo ripetuti interventi di capitozzatura della chioma, i quali ne hanno irrimediabilmente modificato l’architettura originale. Al momento, pressoché tutti gli alberi manifestano diffusi disseccamenti in chioma, carie in corrispondenza di vecchie sedi di taglio e, in generale, i sintomi esterni dei processi degenerativi del legno. Diversi alberi, infatti, a seguito di schianti improvvisi, sono già stati sostituiti con altrettanti aceri campestri. In considerazione di quanto esposto, non riteniamo più recuperabili tali alberature, né con interventi di carattere arboricolturale, né con trattamenti a base di prodotti fitosanitari. Un certo numero di negundo, forse 26, erano già allora stati abbattuti e sostituiti con “aceri campestri”.

Anche altre motivazioni sono state fornite nel tempo dai tecnici preposti: dall’affollamento delle piante giudicato eccessivo, all’opportunità di creare più spazi di parcheggio, alle condizioni di visibilità che alcune piante avrebbero pregiudicato. È peraltro possibile che alla base di queste decisioni stiano anche ragioni di costi, di organizzazione, e timori per la sicurezza dei cittadini e dei mezzi privati, come poi si dirà.

Alberi visti nelle adiacenze di via Verdi
In molti casi, forse nella maggioranza, gli alberi che ornano le strade visitate sono esemplari di bagolaro (Celtis australis). Si tratta d’una pianta ampiamente utilizzata per le alberature in molte città itaIiane in ragione della sua nota resistenza ai parassiti e alle altre avversità, in particolare al pulviscolo atmosferico, ma resistente anche al freddo estremo così come alla siccità e calura estive. L’ambivalente nome italiano di “spaccasassi” si deve alla capacità di questa pianta di insinuarsi nelle crepe delle rocce e nei muretti a secco, a conferma della sua particolare tenacia. Diversi bagolari visti a Modena superano i 20 m di altezza e non mostrano segni di  sofferenza, se si prescinde dai tagli di grossi rami che lasciano cavità esposte alle infezioni fungine, peraltro scarse. L’accestimento di queste piante verso l’alto conferisce alle strade un aspetto piacevole e un’ombra densa e continua.

Altre strade e aree sono orlate da grandi tigli dalle ampie foglie (Tilia brachyphylla), che immaginiamo emanino piacevoli profumi graditi alla cittadinanza nella prima estate, e d’autunno creino ai responsabili della manutenzione qualche preoccupazione e qualche spesa, vista l’imponente massa del fogliame che tende a cadere tutta insieme.

Nelle vie della prima periferia modenese ci sono zone a carpini bianchi (Carpinus betulus), artisticamente costruiti a formare viali ombrosi, come nelle ville signorili settecentesche. Accestiti “a cipresso” (var. fastigiata), questi alberi pur dando un certo senso d’artificio sono senza dubbio di forte ornamentalità e presentano qualche vantaggio manutentivo.

Le robinie (Robinia pseudacacia). Le robinie sono alberi di rispetto per i comuni cittadini sotto il nome di “acacie”  e un tempo venivano anche piantate nelle strade. Non sono alberi altrettanto di rispetto per i botanici, i quali le considerano, al pari dell’ailanto, pestiferi invasori americani destinati nel tempo a sostituire parte della nostra vegetazione con una savana arborea di poche specie alloctone. A parziale discolpa delle robinie stanno le loro belle fioriture primaverili, anche usate per miele e fritture, e l’insolita resistenza che si riconosce a queste piante: resistenza a tutte le possibili avversità ambientali biotiche e abiotiche, a cominciare dai terreni poverissimi e dalla siccità: questi alberi perciò si insediano dappertutto. I loro rami tuttavia sono fra quelli più propensi a cascare sulle auto in parcheggio quando nevica (il che dovrebbe essere preso in considerazione dalle Assicurazioni): le robinie sarebbero da estirpare ovunque, e comunque da non piantare.

Nei programmi di sostituzione del Comune figura anche il leccio (Quercus ilex), albero araldico del Mediterraneo, diversi esemplari del quale già adornano le strade di Modena. Il leccio è una bellissima pianta, che a Bologna – il clima bolognese non è tanto diverso da quello di Modena – persiste da molti anni in qualche via della prima collina e della prima pianura nonostante tutti i pronostici sfavorevoli. E se il leccio prospera da millenni in alcune valli interne del Trentino perché non dovrebbe sopravvivere a Modena? Il “miglioramento” climatico che ci si aspetta in questo secolo, con un grado o due di aumento medio di temperatura, conforta l’opinione di quanti per ragioni estetiche (e anche di graduata caduta del fogliame, diciamolo pure) tornano a proporne l’utilizzo urbano. Ma c’è una obiezione: la permanenza delle dense, scure foglie durante l’inverno ne fa vittima obbligata delle nevicate. Del resto gli alberi dell’Europa centrale e del Nord America, salvo le conifere, non portano foglie d’inverno. Secondo me, per un amministratore cittadino questa dovrebbe essere una buona ragione per escludere il leccio dal novero delle specie utilizzate per le alberature stradali, almeno finché d’inverno a Modena nevicherà.

Gli aceri utilizzati per le alberature cittadine comprendono specie sia nostrane che aliene. La specie americana Acer negundo e diverse forme ornamentali ottenute da giapponesi sono da tempo in uso per le alberature e i parchi europei, come appunto in via Verdi. Il negundo si usa ancora per i giardini, ma è specie in netto declino nella considerazione degli orticoltori e non più considerata per le alberature stradali: fra l’altro passa per essere un albero fragile, sensibile all’inquinamento delle aree urbane. Si vuole ora che sia sostituito principalmente da altri aceri “nostrani” sull’onda della tendenza “naturalistica” a impiegare piante autoctone anche a fini ornamentali. Gli aceri di pianura e prima collina in Emilia si riducono alla specie Acer campestre dalle piccole foglie a cinque lobi, anche se ci sono altre specie di collina e montagna (A. opulus, A. pseudoplatanus) o un po’ più mediterranee (A. monspeliensis) che potrebbero pure interessare. Comunque il sostituto prescelto per via Verdi è l’Acer campestre. Ne riparlerò più avanti.

Le alberature di via Verdi passate, presenti e future
Circa la necessità della sostituzione di tutti gli Acer negundo di via Verdi non si può dire molto, al di là delle dichiarazioni dei tecnici che a suo tempo hanno esaminato le piante (già sommariamente riferite). Come si legge nelle perizie, un certo numero di esemplari di negundo presentavano danni di varia entità e tipo, e lo si può senz’altro credere anche per le caratteristiche già accennate di queste piante; così come non si può dubitare che si sia dovuto procedere ad abbattimenti e sostituzioni nel corso degli anni. Dato, del resto, che tutte le piante della zona sono state eliminate e i loro ceppi pure, non è possibile dare un parere generale circa la necessità e l’urgenza dei tagli stessi, che hanno investito non alcune, bensì tutte le piante.

Tuttavia, non tutto quello che viene dichiarato dai tecnici del Comune e della Regione per tale operazione appare pienamente convincente. Pare solo normale che le piante si siano sagomate autonomamente per distanziarsi dalle case e così prendere (e lasciare!) più luce: non per questo saranno da abbattere. Così come non poteva non cambiare “l’ architettura originale” degli alberi stessi una volta che fossero stati sottoposti a capitozzatura allo scopo di “contenerne lo sviluppo”.

È in effetti curiosa questa parte della relazione del Servizio Fitosanitario regionale, di tono volutamente assolutorio: si voleva forse sostenere che le piante andavano condannate a morte in quanto erano state regimate in un certo modo dai pubblici interventi?

Quanto all’aspetto fitosanitario, che sembra collegato alle capitozzature, è doveroso osservare due cose. Innanzitutto non è affatto eccezionale che alcuni rami cadano durante temporali o in occasione di nevicate invernali (soprattutto a inizio o fine inverno) e non è di per sé buona ragione per abbattere gli alberi coinvolti (tanto meno quelli non coinvolti), che per quanto se ne dica possono essere adeguatamente potati, curati e regolati nella crescita. È buona prassi che gli abbattimenti di grandi alberi in buone condizioni vegetative si effettuino, in linea di massima, solo in seguito a un rischio reale di caduta: ad esempio per radici troppo superficiali a fronte di una vasta chioma, come accade spesso in alcune specie di pini; o per l’inclinazione pericolosa del fusto; o per cavitazione con segni manifesti di infezione, che è il caso più frequente (ma anche controverso). Certo non usa abbattere un intero filare perché alcune piante hanno perso dei rami mentre tirava vento o nevicava.

In secondo luogo colpisce che in nessun passaggio delle relazioni si faccia riferimento a elementi concreti di danno fitosanitario: i “diffusi disseccamenti in chioma” il 28 agosto potevano dipendere dalla canicola estiva (è buona regola che simili perizie si facciano prima e non dopo l’estate), altrimenti si sarebbe parlato semplicemente di troppi rami secchi. Poi, dato per scontato che le cicatrici da taglio di rami aprono la strada a infezioni fungine e che queste possono invadere l’intera pianta e destabilizzarla, la relazione tecnica poteva richiamare per esempio la manifesta presenza di funghi a mensola, anziché limitarsi a dichiarare (“in generale”) l’esistenza di “sintomi esterni dei processi degenerativi del legno”.  Quali ?

In altri documenti poi si riconosce che non tutti gli alberi abbattuti versavano in condizioni così critiche. Per esempio la relazione del 2011 a firma dell’ing. Ahmadié ci dice che nel corso degli anni i lamentati “schianti” di negundo erano stati 3 più un altro nel 2010 dopo nevicata, a fronte di 26 abbattimenti solo prima del 2008. Nel 2011 per i 78 alberi residui si raccomandava l’abbattimento immediato di 24, si consigliava l’abbattimento di 21 mentre i restanti 31 erano “in condizione di media alterazione in aumento progressiva”. Insomma, sebbene tutte queste affermazioni non siano oggi più verificabili pare di poter concludere che l’intervento, in fondo, avrebbe potuto essere più prudente e meno radicale.

Certo, ci sono problemi di costi e difficoltà crescenti d’intervento su piante comunque fragili, ma questo è un aspetto che le relazioni tecniche toccano appena. Non è questa, si dice, la vera ragione. Il timore degli amministratori pubblici di incorrere in contestazioni di omessa vigilanza (o addirittura accuse di omicidio colposo) in caso di incidenti dovuti a caduta di alberi o grossi rami, un evento purtroppo non raro,  è certamente fondato e comprensibile, e tuttavia non è ammissibile che il solo rimedio stia nell’abbattimento di interi filari d’alberi dei quali solo qualcuno porta segni di malattia. Il rimedio reale ed efficace, il cui unico inconveniente è il maggior impegno finanziario, sta nel periodico monitoraggio visivo e strumentale delle alberature e in interventi selettivi di abbattimento in casi di pericolo accertato. Per quanto consta allo scrivente, tutti gli incidenti avvenuti in seguito a caduta di alberi o di loro parti nelle nostre città negli ultimi anni si sarebbero potuti prevenire ed evitare se si fosse dato corso per tempo ai programmi d’intervento già previsti, ma a volte rinviati per ragioni di bilancio.

Benché dunque, in base ai referti dei tecnici, sia da ritenere che diverse piante d’acero negundo fra quelle abbattute negli ultimi anni nei viali di Modena potessero avere dei reali problemi statici, questo intervento su un’area cittadina piuttosto estesa avrebbe ben potuto essere – a giudizio dello scrivente – più leggero e graduale. Nel caso in questione il radicale abbattimento dei vecchi alberi, con la sostituzione rarefatta con esemplari di dimensioni ridotte ha creato nel quartiere un aspetto diverso e un po’ desolato, avvertito come tale dai cittadini che hanno protestato, si sono riuniti in comitato e si sono rivolti alle autorità responsabili, ma sicuramente anche da molti altri.

L’impatto a livello psicologico è stato assai duro (e tale resterà per anni), l’immagine dell’intera zona risulta sostanzialmente modificata in peggio e anch’essa resterà tale per diversi anni. Non è chiaro perché si sia voluto compiere la sostituzione delle alberature con queste modalità, alimentando ragionevoli malumori e opposizioni. Si può supporre che l’abbattimento di tutti i negundo rispondesse più a una logica di opportunità o disponibilità, semplificazione e risparmio che di vera urgenza, che non appare interamente giustificata dalle relazioni tecniche d’accompagnamento. È spesso successo in passato che una volta acquisito uno stock di piante da vivaio di un certo tipo si tendesse ad impiegarle su suolo pubblico in ogni situazione, a preferenza di altre specie. O che le pianticelle fossero adibite a rimpiazzare in un colpo solo una serie di alberi che prima o poi sarebbero stati comunque da sostituire. Non è impossibile che queste e altre considerazioni di tipo “utilitaristico” abbiano in qualche misura influito sulle decisioni anche nel nostro caso.

Restando comunque sul terreno tecnico, si può osservare che nella sostituzione di via Verdi gli alberelli piantati in una prima fase dopo l’abbattimento dei negundo, ora cresciuti a vari metri d’altezza, non appaiono dei tipici aceri campestri, ma sembrano essere aceri di una particolare varietà vivaistica, mentre gli alberelli piantati nell’ultima fase hanno le caratteristiche tipiche degli esemplari di Acer campestre nostrani. Sarebbe consigliabile che le piante impiegate fossero effettivamente di ceppo locale.

In secondo luogo, non si vede una ragione di carattere funzionale per il diradamento dell’alberatura. Portare le distanze fra gli alberi da 6 a 12 m significa perpetuare il senso di privazione che l’impianto di gracili alberelli al posto di piante alte decine di metri ha comportato per gli abitanti. Le piante crescendo potrebbero essere regimate in modo tale da interferire ben poco tra loro, è soltanto questione di interventi (e, naturalmente, di costi). La creazione di nuovi spazi di parcheggio può essere una richiesta di alcuni abitanti, ma non ha molto a che vedere con le motivazioni addotte nelle relazioni. La riduzione dell’impegno di manutenzione può essere un’altra concausa, ma presa alla lettera implicherebbe l’abbattimento senza sostituzione di metà delle alberature del quartiere.

In conclusione, la protesta del comitato costituitosi in via Verdi per l’abbattimento dell’alberatura originale e il suo insoddisfacente rimpiazzo appare giustificata. Per l’avvenire appare auspicabile a parere dello scrivente che:

  1. Non vi siano altri pubblici interventi di abbattimento di alberature a tappeto, bensì sostituzioni selettive secondo necessità.
  2. La sostituzione come specie impiegate abbia luogo con alberi a rapida crescita compatibili con le caratteristiche climatiche e ambientali della città: autentici aceri campestri o aceri di monte; tigli, bagolari, ginkgo “maschi”, magari anche carpini bianchi fastigiata, pioppi bianchi bolleana, frassini Fraxinus oxycarpa; senza escludere in particolari contesti i rossi ornamentali Prunus cerasifera pissardii.
  3. Le piante utilizzate in ogni strada siano della stessa specie e varietà, per evidenti ragioni estetiche e anche funzionali per la manutenzione.
  4. Le distanze fra gli alberi siano commisurate alle loro caratteristiche di medio termine e non eccessive.

La presente relazione, resa nell’ambito delle attività volontaristiche dell’Associazione Italia Nostra, non ha carattere professionale e può essere utilizzata in toto o per parti, ma non modificata, dalle persone che l’hanno sollecitata.

Cordialmente,
Prof. Paolo Pupillo
Modena, 24 giugno 2011