Piazza Mazzini sacrificata alla improbabile resurrezione del suo ipogeo. Non chiamiamola più piazza.

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Le piazze dei centri storici sono riconosciute come beni culturali dal Codice dei beni culturali e del paesaggio (art.10, comma 4. lettera g) e ad esse quindi si applicano i modelli di intervento conservativo (consecutivo articolo 29) come manutenzione e restauro, ovviamente adeguati alle speciali natura e funzione delle piazze degli insediamenti urbani di oggi. Non sarebbe altrimenti chiamata in causa la soprintendenza istituzionalmente competente ad assicurare la tutela dei beni di interesse storico e artistico (e a null’altro). E storica è per certo la nostra piazza Mazzini nata come piazza della libertà dalla demolizione di un isolato del ghetto nei primi del Novecento, ma progettata già prima, da oltre un ventennio, al tempo della erezione del Tempio che disegnò il suo fianco a sud come il fondale della piazza fin da allora concepita. E sulla superficie di demolizione donata alla città dalla Comunità Israelitica fu disegnata come piazza-giardino con la vasta aiuola centrale protetta da una semplice recinzione in ferro battuto: la forma dell’invaso fu rettificata e regolarizzata con parziali demolizioni degli edifici laterali e, soppresso il portico dell’isolato di occidente, i prospetti di contorno furono infine uniformati secondo modi e decori di gusto liberty. Un esemplare intervento per misurata eleganza secondo la migliore cultura urbana del tempo sulla linea di un’attitudine riconoscibile anche nelle più illustri capitali europee e certamente a Modena l’unico esempio di omogeneità architettonica di un ambiente urbano. La costruzione negli anni 30 del Novecento del sotterraneo albergo diurno con l’arretramento del giardino e del verde ha creato un forte disagio che si è aggravato paradossalmente con le prime misure di pedonalizzazione, quando fu soppressa la piattaforma centrale, furono alterati i livelli di calpestio e ridisegnate le forme dei percorsi anche per i veicoli (ammessi intorno al Tempio), fu sconvolto il disegno del giardino con l’impiego di arredi stonati e di materiali incoerenti e l’introduzione di specie arboree improprie. Si è così ottenuto un effetto complessivo di perdita dell’identità e della precisa caratterizzazione stilistica della piazza, cui non si è saputo per altro conferire una riconoscibile impronta di qualità autenticamente moderna. Spaesato, messo lì su un piedistallo marmoreo a giustificare l’onomastica, il busto di Giuseppe Mazzini.
Giudiziosamente l’Amministrazione comunale non accolse poi le soluzioni proposte negli anni 1984-1986 dal gruppo di lavoro che era stato incaricato di elaborare ragionate ipotesi di “recupero e riqualificazione degli spazi pubblici del centro storico” e in particolare per piazza Mazzini aveva suggerito di celarla, come piazza di pietra per teatro all’aperto, soppresso il verde, dietro una bassa quinta muraria, forse una loggia, in continuità con la linea dei portici sulla sponda della via Emilia; e più di recente lasciò cadere pure l’idea inventiva di Botta anche lui tentato di porre uno schermo, ma leggero e ben disegnato, sulla soglia della Via Emilia.
Riconosciamo che oggi metter le mani su piazza Mazzini è impresa ardua e già quando si prese da ultimo a parlarne Italia Nostra si limitò a confermare la indicazione di metodo nel senso che l’intervento doveva essere indirizzato al restauro urbano, se ne conoscono principi e metodo, al recupero cioè della identità del luogo non saputa intendere anche dai più recenti interventi e un obbligato termine di riferimento non poteva che essere l’assetto originario e ben documentato, non per una oggi impossibile integrale riproduzione, ma per cogliervi l’unico obbiettivo criterio di orientamento. Certo il tema di più difficile impegno sta nella presenza ingombrante di quanto resta del sotterraneo albergo diurno che, se merita in sé di essere conservato, la recuperata agibilità per nuove funzioni non può valere una ulteriore alterazione, e ben più vistosa e radicale, dello spazio della piazza. Che è quanto si è in effetti perseguito con l’intervento ora giunto alla sua conclusione, tutto misurato sul recupero degli spazi sotterranei del cessato albergo diurno per suggestive e improbabili utilizzazioni. La relativa messa in funzione esige una più vasta rottura nella continuità di superficie della piazza per la sicurezza degli accessi, regolati pure da un ascensore con la sua voluminosa cabina, cui sono affiancate le esibite attrezzature di servizio come i lucidi condotti d’acciaio per la necessaria (e sarà rumorosa) aerazione forzata. Insomma la piazza concepita come il tetto di copertura e servizio del vasto insediamento sotterraneo che si manifesta pure, dal filo della via Emilia, con gli scomposti volumi per inclinazione, livelli e forme (pericolose barriere architettoniche) verso la piattaforma dei conservati lucernari che contro la loro funzione (tutta artificiale sarà di necessità la illuminazione degli interni) nottetempo sparano luci a più colori con effetti da luna park. Mentre gabbia dell’ascensore e bocche aperte del servizio di aerazione ingombrano le prospettive verso Piazza delle Ova e la Ghirlandina (sull’angolo a destra), da un lato, e verso la Sinagoga, dall’altro, e il verde rarefatto di quel che resta della piazza è chiuso nelle strette aiuole di un giardinetto di pietra. Neppure ci si è fatto mancare il velo d’acqua (sperimentato con soddisfazione in Piazza Roma) che punta verso il tempio.
Con la benedizione, poteva mancare?, della Soprintendenza. Che, ricordiamo, con il manifestato compiacimento del Comune, aveva negato ogni interesse culturale alla costruzione sotterranea dell’albergo diurno. E se quel che resta dell’albergo diurno è privo di alcun valore, deve a rigore essere cancellato, perché alla sua conservazione non può essere sacrificata la integrità della piazza, recuperabile allora alla continuità di superficie del suo originario assetto unitario.

Modena, 3 giugno 2021.

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