Beppe Zagaglia, il fotografo più ispirato della nostra Modena, che sta montando in un video le dichiarazioni sulla città dei tanti cittadini suoi amici, ha registrato pure quella del presidente della sezione modenese di Italia Nostra. Che ha detto la sintesi, contenuta in poco più di un minuto, del testo che qui pubblichiamo.

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I modenesi sono molto orgogliosi della loro città che è stata per oltre due
secoli e mezzo la capitale di uno stato, come neppure la grande Bologna,
l’eterna rivale. E hanno rimosso il ricordo della considerazione in cui la
teneva il Montesquieu venuto a Modena per conoscere il suo corrispondente
Muratori (une petite ville, pas belle et triste).
Ma temo che non amino, non sappiano amare, la loro città.
Nessuna città di antica fondazione raccolta intorno alla sua piazza centrale
è stata capace di vendere, in tempi di democrazia, anche un solo metro del
luogo diremmo sacro in cui tradizionalmente si affacciano la cattedrale e il
municipio. Alla nostra Piazza, oggi meno Grande, negli anni 60 del
Novecento sono stati sottratti pressoché settecento metri quadrati, venduti,
con l’area del palazzo di giustizia demolito, a una banca per la sua sede, che
con il fronte avanza di 12 metri verso il fianco sud del Duomo di Lanfranco
e Wiligelmo. Un unicum certamente nel nostro paese. Un primato.
Cacciato di lì (un onesto edificio degli anni 80 dell’Ottocento nello stile in
cui allora si rappresentava con enfasi la funzione giudiziaria) il Tribunale fu
trasferito in Canalgrande nel Palazzo di San Vincenzo che era stato nel
Seicento il convento dei Teatini e da ultimo aveva ospitato una scuola.
Dovette essere di necessità svuotato, come si dice, cancellate anche le due
vaste sale, monumentale e balconata quella del piano rialzato, prodigiosa la
sua acustica, frequentata con grande soddisfazione dagli Amici della musica.
Solo alcuni anni dopo in occasione del convegno torinese dedicato a
Guarino Guarini (l’architetto del Teatro Carignano) dall’Archivio di Stato di
Modena spuntò il disegno del prospetto del convento dei teatini, autografo
del grande architetto modenese. Era impensabile che lui, teatino e architetto,
non avesse messo mano alla costruzione del suo convento.
In quell’unica operazione fu amputata piazza grande e fu distrutta l’unica
opera in città del suo Guarino Guarini, nell’indifferenza dei modenesi che
già avevano pochi anni prima assistito con soddisfazione alla distruzione
della Cittadella, è vero, degradata e malfamata.
Oggi i Modenesi ritengono, non senza ragione, di essere stati assolti dal
riconoscimento, immeritato, che l’Unesco ha dato alla loro scorciata Piazza
Grande, inaspettato brand turistico.

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