La Caserma Fanti da “vocazione pubblica” a condominio di lusso.

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Fu il Sindaco di allora (1998) a contrastare la privatizzazione della Caserma Fanti che il Ministero della difesa aveva liberato dal vincolo al demanio militare. La complessa trattativa per l’acquisto del Comune si concluse cinque anni dopo (2004) con il nuovo Sindaco che ribadì l’esigenza di assicurare quel vasto strategico edificio al patrimonio pubblico. Per farne la sede di funzioni civiche vivificanti nel più generale progetto per il centro storico. L’impegno alla destinazione pubblica fu un anno dopo ribadito con la vendita alla Provincia perché ne facesse la sede dei propri uffici. Ricordiamo che furono elaborate ipotesi progettuali (francamente discutibili) di conversione alla nuova funzione. Ma la infelice mortificazione del ruolo delle Province (enti costitutivi della Repubblica!) fece venir meno l’interesse a quella destinazione e lo storico edificio decadde a mero cespite patrimoniale in funzione della liquidazione nel mercato della edilizia. Il Comune si guardò bene dal far rispettare l’impegno a mantenere l’edificio nel patrimonio pubblico. In altri tempi, sindaco Triva, il Comune si era affrettato a salvare dal mercato l’ex Caserma Santa Chiara dismessa dal demanio militare, facendovi di urgenza calare un piano di edilizia economica e popolare (e lì ci è potuto stare anche il cinema Truffaut).
Gli uffici della tutela, che pur avevano riconosciuto l’interesse particolarmente importante della Caserma Fanti (dunque parte del demanio culturale), si affrettarono ad assecondare i propositi della Provincia, autorizzando la vendita con generiche prescrizioni conservative e divieto di destinazione ad usi incompatibili con il carattere storico e artistico del bene. Poco fortunata è stata poi l’offerta per asta pubblica. Da un incanto all’altro andato deserto pur nei consecutivi ribassi, sul prezzo dell’ultimo possibile ribasso si è aperta e di recente infine è stata conclusa la trattativa privata. E’ dei giorni scorsi il perfezionamento dell’atto di vendita alla impresa dell’edilizia che ha dichiarato il proposito di ricavarne ventotto appartamenti di prestigio. Il Presidente della Provincia si dice soddisfatto di questa smobilizzazione patrimoniale, preziosa per le spese correnti di manutenzione strade e scuole.
Dalla vocazione pubblica alle abitazioni di lusso, oggi si dice gentrificazione. Basterà qui ricordare la motivazione dell’originario acquisto espressa in consiglio comunale dal capogruppo di maggioranza, allora (1998), il consigliere Giorgio Pighi : “… palazzi [così la caserma Fanti] che nascono come palazzi pubblici e debbono mantenere questa vocazione pubblica”, garantita dunque dalla appartenenza civica.
Sarebbe stato resistibile, ci domandiamo, il destino privatistico dell’edificio che fu, in epoca di restaurazione austroestense, lo stabilimento dei pionieri reali e del convitto matematico? Vi si istruivano i giovani aspiranti agrimensori e gli scolari della classe matematica dell’Università che si preparavano alla professione di ingegnere. “Istituto in sostanza di scienze e arti” (Sossaj. Guida di Modena, 1841), in nuce quel che diremmo un istituto politecnico. Lo specialissimo bene culturale che una Università colta e intelligente di oggi non si sarebbe lasciata sfuggire.
E’ vero che anche i beni del demanio culturale sono a certe condizioni alienabili, ma vi sono beni di appartenenza pubblica per i quali non può dirsi indifferente la titolarità proprietaria, perché dall’essere pubblici essi ricavano il loro interesse storico che andrebbe irrimediabilmente perduto con il trasferimento ai privati. Crediamo che lo stabilimento politecnico estense sia compreso in quella speciale classe di “cose immobili di interesse particolarmente importante quali testimonianze dell’identità e della storia delle istituzioni pubbliche”, perciò, lo dice il codice dei beni culturali, inalienabili. Una corretta tutela avrebbe negato l’autorizzazione alla vendita. Sarebbe stato dunque possibile, anzi doveroso, contrastare il destino privatistico.
Ma, infine ci domandiamo, la progettata frammentazione dei vasti spazi in numerose unità abitative può dirsi compatibile con la tipologia dell’edificio esplicitamente considerata nella dichiarazione dell’interesse culturale, da preservare come essenziale carattere distintivo del bene, quando per altro le prescrizioni di restauro scientifico poste dal vigente piano strutturale comunale impongono la “conservazione dell’impianto distributivo – organizzativo originale”? E’ l’interrogativo cui saranno chiamati a rispondere Soprintendenza e Amministrazione comunale.

Modena, 31 marzo 2020.

Italia Nostra, sezione di Modena.

fonte immagini: sito web della Provincia di Modena 

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