Sigonio Via Saragozza – l’affascinante storia di un edificio a servizio della comunità modenese.

Da Monastero del Corpus Domini a sede del Liceo Carlo Sigonio

Il complesso che si estende da via Saragozza a Francesco Selmi passando da via Caselle e via San Geminiano può a buon diritto definirsi un’area storica della città e soprattutto un’area con una precisa, unitaria fisionomia e una vocazione religioso educativa consolidata nei secoli.

L’edificio che oggi ospita il Liceo socio-psico-pedagogico Carlo Sigonio di Modena, già Istituto Magistrale e prima ancora Scuola Normale e Complementari Femminili, era il monastero del Corpus Domini e la palestra della scuola trova sede nella già chiesa omonima collegata al monastero, ma anche chiesa pubblica e luogo di sepoltura di importanti personaggi e soprattutto di principesse estensi quali Virginia de’ Medici, moglie di Cesare, Carlotta Felicita, moglie di Rinaldo, Benedetta, sorella di Francesco III.

Oggi si possono ricostruire attraverso le documentazioni d’archivio e gli scritti pubblicati,[1] molte delle fasi di queste successive trasformazioni, che tuttavia concorrono a confermare la finalità fortemente e coerentemente unitaria del complesso. Ai primi del ‘500 il fabbricato d’angolo Saragozza-Caselle (cioè Casa Bastardi) ospitò per un breve tempo la neonata Casa delle putte di san Geminiano, istituzione pia ed educativa finanziata da Lodovico Colombi e ispirata direttamente dal vescovo per sottrarre alla mendicità e alla vergogna orfanelle e fanciulle indigenti o abbandonate. Fu un passaggio breve, perché le putte, allorché fu completata la loro sede di Via Canalino, si trasferirono e la casa d’angolo, largamente ampliata, divenne il monastero femminile delle Agostiniane del Corpus Domini. Siamo nel 1538 allorchè le prime monache vi si insediano. Lodovico Colombi, che aveva fatto il lascito per istituirlo ed ampliarlo, volle la clausola che vi “fossero ricoverate gratuitamente quelle giovani delle Putte del Canalino (dette anche di san Geminiano o del Vescovo), …, che volessero dedicarsi a vita monastica”,[2] indicando una precisa e già ben individuata finalità. Il monastero, fortemente voluto anche dal vescovo Giovanni Morone, si prese così cura per secoli a titolo gratuito di alcune orfane; iniziativa importante, testimonianza degli anni in cui, nella nostra città, la Chiesa discute con i luterani e  cerca di consolidare, tra l’altro, il suo ruolo nell’educazione.

Dobbiamo arrivare alle soppressioni napoleoniche di fine Settecento per imparare che il convento si svuota sì, ma non del tutto: nel 1799 restano in un’area limitata sei monache, cui poi il governo attribuirà sempre nuovi spazi, per ospitarvi fanciulle e orfane da educare. Infatti, pur non riconoscendole da un punto di vista religioso, il nuovo establishment si guardò bene dal perdere completamente quelle competenze che potevano comunque essere utilizzate a pro della comunità, soprattutto nell’ottica dell’istruzione pubblica cui massimamente si aspirava.

Quando il monastero venne del tutto soppresso, dopo l’unificazione d’Italia, il convertirlo a scuola sembrò dunque quasi la naturale prosecuzione di un corso già tracciato da secoli.

Infatti la storia recente della Scuola Normale Femminile andrebbe anch’essa indagata e non sarebbe priva di sorprese per gli stessi modenesi: la sua istituzione fu una scelta se vogliamo pionieristica in una Modena ancora fortemente ducale e legata al concetto degli educatori femminili religiosi  o all’istruzione privata. Le lapidi che si possono ancor oggi leggere nell’atrio e nelle sale della scuola scandiscono le fasi della sua vicenda e del suo sviluppo. Fu un istituto importante, come lo sarà in seguito la scuola tecnica Fermo Corni, ed entrambe al loro nascere segnarono una scelta fondamentale, diventando un fiore all’occhiello per la città[3] sia per la qualità degli studi sia per la vitalità dei rispettivi progetti culturali.

Pare opportuno ripercorrerne la storia: “Fino al 1898 Modena non aveva scuole pubbliche femminili del cosiddetto grado medio: le antiche tradizioni di cultura per le fanciulle venivano mantenute da collegi e da istituti religiosi e laici, privati (…) Ma le nuove necessità sociali, economiche e culturali, che negli ultimi anni del secolo scorso avviarono o sospinsero agli studi d’ogni ordine e grado, sopra tutto di carattere professionale, tanta parte dell’elemento femminile, avevano già fatto lamentare più volte la mancanza di un istituto pubblico; ove, oltre ai fini di cultura generale e di educazione morale, si mirasse alla preparazione di maestre elementari, richieste allora in gran numero per il moltiplicarsi delle scuole primarie ”[4].

Il dottor Geminiano Corazzieri aveva tentato di rispondere  a questo nuovo bisogno di istruzione aprendo una scuola intitolata a Tarquinia Molza (come ricorda una lapide nell’edificio di via Saragozza), ma varie erano state le difficoltà del suo sviluppo. L’amministrazione pubblica, che già nel 1538 aveva sostenuto, anche economicamente,  l’apertura del monastero e la sua destinazione a scopo educativo, nel 1898 decise, venendo incontro alla richiesta di molte famiglie e dando nuovo respiro all’inziativa di Corazzieri, di istuire le prime classi di Scuola Complementare, destinate a crescere e a trasformarsi poi rapidamente nel corso completo della Scuola Normale Femminile.[5]

La chiesa del Corpus Domini fu sconsacrata e adibita a palestra municipale, quindi non solo ad uso delle scuole stesse, ma spazio ginnico coperto per la città. La mancanza di palestre nel centro storico infatti fece sì che anche in tempi recenti (e chi scrive l’ha personalmente sperimentato) la cosiddetta “Palestra delle Magistrali” venisse utilizzata dagli studenti delle scuole medie Carducci (poi Alfieri) di via San Pietro e fosse in parte prestata agli studenti del Liceo Ginnasio Muratori, quando questo era alloggiato in via dei Servi.

Durante la prima guerra mondiale, la Scuola Normale, pur temporaneamente spostata di sede, continuò a funzionare; i locali di via Saragozza ospitarono infatti provvisoriamente un ospedale militare e ingente è il contributo dell’istituto nell’assistenza civile, in termini di risorse umane, materiali, economiche.[6] Una lapide all’ingresso dell’edificio ricorda i caduti in guerra.

In seguito, per effetto della legge Gentile, nel 1923 la Scuola Normale Femminile si trasformò in Istituto Magistrale “Regina Elena”, comprensivo anche della Scuola Normale Maschile, fino a quel momento situata nell’ ex collegio dei gesuiti in via Grasolfi, a un passo da via Saragozza; e i frutti della riforma sembrarono efficaci se negli anni ’30 la scuola registrava annualmente tra i 350 e i 400 allievi. Dopo aver licenziato generazioni e generazioni di maestri, l’Istituto Magistrale di via Saragozza ha promosso al suo interno alcuni cambiamenti importanti negli ultimi decenni: nel 1979, sulla base di un accordo con l’amministrazione comunale, decide  l’inclusione della biblioteca scolastica in una più larga biblioteca pubblica specializzata, recentemente ridefinita come “Biblioteca del Liceo Sigonio-Scienze umane”; nel 1992 avvia la sperimentazione del Liceo Socio-psico-pedagogico, nel 1998 introduce il nuovo indirizzo delle Scienze sociali, infine nel 2004, in collaborazione con l’Istituto Pareggiato “Orazio Vecchi”, dà vita ad un nuovo indirizzo Socio-psico-pedagogico ad orientamento musicale. Insomma, una sola sede, quella posta in via Saragozza, per un’attività educativa che si è ininterrottamente sviluppata nel corso dei secoli, senza mai tradire la sua fisionomia originaria.

 

Come già anticipato però non è soltanto l’area esclusiva del Corpus Domini-Scuola Normale a rispondere ad una finalità coerente religioso educativa, ma l’intero complesso che definisce l’isolato Saragozza, Caselle, Selmi e San Geminiano. Se l’angolo Caselle e il fronte Saragozza fino all’altezza di Via San Pietro erano occupati dal convento e dalla chiesa del Corpus Domini, la rimanente parte di Saragozza e il fronte San Geminiano ospitavano la chiesa e il monastero di san Geminiano e, in epoche remote (XIV secolo), anche l’ospedale dallo stesso nome. Risale infatti ai primi decenni del secolo XV l’insediamento delle monache di San Geminiano che, benviste dalla comunità e dai conservatori (la Comunità di Modena che ospitava due soli monasteri femminili, Sant’Eufemia e Santa Chiara, sentì il bisogno di istituirne un altro e venne scelta proprio quell’area) godevano dell’esenzione dai dazi come quelle di sant’Eufemia. Pian piano il monastero si estese e andò ad occupare anche parte della strada Camatta. Venne costruita una chiesa e le suore, pur non formalmente adibite ad attività di istruzione, accolsero “in educazione Matilde Bentivoglio che fu la fondatrice del Convento delle Carmelitane Scalze dette di Santa Teresa”,[7] facendo così ipotizzare che questo non sia stato un episodio isolato, ma inquadrabile quanto meno in una continuità pur se non formalmente istituzionalizzata. Alla fine del secolo XVIII, quando i rivolgimenti politici portarono alla soppressione del convento, la chiesa fu destinata a magazzino di legnami e il convento, nel quale, in alcuni ridotti spazi continuarono a vivere alcune suore, [8] servì per moltissimi anni a Forni Normali e ad ospitare i Catecumeni. Nel 1867 vi fu inaugurato il Teatro dei Dilettanti, che assunse il nome di Teatro Sociale, poi di Filodrammatica Goldoniana. Alla fine dell’Ottocento vi fu portato l’istituto delle Orfane di San Geminiano e la Scuola Veterinaria. Oggi ha ripreso in parte le funzioni di Teatro e comunque si è riconvertito restando sempre al servizio della cultura e della comunità.

 

Su Via San Paolo fino a via Caselle si stendeva il monastero di San Paolo, in seguito educatorio, anch’esso di tradizioni lontane che si è però mantenuto fino a epoche recenti. L’annessa chiesa, dallo stesso nome, fu per secoli chiesa parrocchiale al servizio del quartiere.

Il convento di San Paolo fu per secolo (XVI-XVIII) monastero femminile, finchè, nella fase giacobina, le monache vennero secolarizzate e la loro sede fu per alcuni anni (1800-1815) adibita a caserma, mentre la chiesa servì a deposito di legnami. Con la restaurazione, il monastero, adeguatamente riattato, ospitò un educatorio per fanciulle povere (le cosiddette putte della duchessa per la protezione loro accordata da Maria Beatrice di Savoia Este, moglie di Francesco IV) e la chiesa fu riaperta al culto. Anche dopo l’unificazione d’Italia l’educandato, divenuto Istituto Provinciale san Paolo, mantenne una vocazione coerente col suo passato. Oggi, seppure adibito a finalità diverse, conserva una fisionomia pubblica e culturale a disposizione della comunità e dei cittadini.

 

Questa breve nota su quella che, a buon diritto, può dirsi una parte viva della storia cittadina vuole sottolineare come la città possa evolversi e andare incontro alle sempre nuove, diverse e crescenti esigenze senza cancellare le tracce del suo passato e senza stravolgere le sue vocazioni originarie. Si ha la fortuna, nel caso in esame, di trovarsi in un contesto che ha saputo mantenere una linea coerente di evoluzione, riscontrabile peraltro anche nella toponomastica, rimasta in gran parte inalterata rispetto a quella originaria (Camatta, san Paolo, San Geminiano, Caselle), strettamente connessa agli istituti che la connotavano. Si pensi ad esempio come le “Caselle” si riferissero agli alloggiamenti militari unificati nel secolo XVI rispettando tuttavia le ripartizioni che precedentemente li poneva nei diversi quartieri cittadini. Caselle dunque come “Caserme” che, riconvertendosi in “Questura” aveva comunque rispettato una sorta di tradizione, oggi perduta. Si cerchi almeno di non perdere anche la tradizione educativa del Sigonio e di tutto quanto si è visto

che gli sta dietro.

 

Modena, novembre 2006.

 

 

Anna Rosa Venturi

Archivio di Stato di Modena.

[1] Gusmano  Soli, Le chiese di Modena, Modena 1974, voll.3 (a cui questo breve testo è largamente debitore); Giordano Bertuzzi, Il rinnovamento edilizio a Modena nella prima metà dell’Ottocento, Modena 1987; Notizie storico cronologiche delle chiese fabbricate o restaurate nella città di Modena…, ms. sec. XVIII-XIX, in BEUMo, Raccolta Albano Sorbelli, 1016.

[2] Soli cit. , vol. I, p.331

[3] Olimpia Nuzzi. Il Corni e Modena / a cura di Olimpia Nuzzi ; con scritti di Ennio Ferrari e Olimpia Nuzzi – Modena – [2003];  Cfr. anche ASMo scuole

[4] Annuario del R.Istituto Magistrale (Regina Elena), Anno 1923-24, Modena, Società tipografica modenese, 1924, p.3

[5] ivi, p.4.

[6] Annuario del R.Istituto Magistrale (Regina Elena), Anno 1923-24, Modena, Società tipografica modenese, 1924, p.5.

[7] Soli cit., vol II, p.96

[8] Non sono riuscita a ricavare la ragione per cui questo piccolo drappello di monache si sia fermato nel convento, ma non è da escludersi una qualche finalità educativa, analoga a quella esercitata dalle suore del Corpus Domini.

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