Perché non succeda più, necessario capire perché è potuto accadere.

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La Giunta Regionale – registra la stampa – vuole una commissione di indagine. Ma dovrà allora rimetterla a una competenza tecnica indipendente, che sola può dare una risposta affidabile agli interrogativi posti da una vicenda troppo lunga e complessa e ancora, manca il collaudo alle casse di espansione (ci sarà una spiegazione), incompleta. L’esigenza di un’opera capace di contrastare gli effetti del malgoverno del Panaro (costretto in un alveo artificialmente canalizzato, depredato del suo materasso lapideo come una inesauribile cava di ghiaia) era stata avvertita nel 1974. L’anno dopo fu approvato il progetto delle casse di espansione e i lavori procedettero per stralci successivi, primo manufatto consegnato nel 1985, un nuovo progetto l’anno dopo, fino alla ufficiale inaugurazione del 1999, con Regione e Provincia al suono di una banda, come registrano le cronache. Ma le 5 paratoie furono installate solo nel 2012 e due anni dopo il Commissario Errani, delegato al post alluvione del gennaio 2014, impegnò un milione di euro per “interventi specifici di adeguamento della cassa di espansione al fine di garantire la più efficace riduzione dei colmi di piena a valle della cassa di espansione stessa”. Questi i lavori conclusivi delle casse per un complessivo invaso di 32 milioni di metri cubi, e manca ancora il collaudo, con la cassa secondaria insediata su terreni agricoli non espropriati e fatti oggetto di una (ben indennizzata) servitù di allagamento. Lo stesso Commissario con altra ordinanza aveva destinato oltre 400mila euro a “lavori urgenti per il ripristino della sommità dell’argine destro del fiume Panaro in tratte saltuarie nei comuni di Castelfranco, Nonantola e Ravarino” e in una di queste tratte, sembra di capire, si è aperta la falla dei giorni scorsi.

Insomma, riempita a metà – sedici milioni di metri cubi – la cassa di espansione non ha garantito “la più efficace riduzione dei colmi d’acqua”, come avrebbe voluto il Commissario Errani e sembra inconcepibile che un’opera pubblica di quell’impegno finanziario (è calcolata una spesa fin qui di oltre trenta milioni di euro), la cui esecuzione si è protratta per oltre quarant’anni, non abbia avuto il collaudo. Sicché neppure arbitrario è il sospetto che non sia collaudabile, perché non risponde alla vigente disciplina tecnica delle grandi dighe, come lasciano intendere le dichiarazioni del tecnico dell’AIPO (l’ente interregionale attuatore degli interventi) sentito sul luogo nel corso del servizio televisivo del 7 dicembre di Teleradiocittà: le operazioni di collaudo debbono affrontare una “difficoltà aggiuntiva” perché “l’opera è soggetta agli stessi controlli di un’opera progettata oggi”.

E se la Regione è committente dell’opera, alla Regione spetta una risposta convincente agli interrogativi posti dalla disastrosa alluvione del 6 dicembre 2020.

Modena, 10 dicembre 2020.

Italia Nostra, sezione di Modena.

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