Castelfranco Emilia, case operaie da salvare!

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Italia Nostra alla Soprintendenza: si provveda con urgenza a riconoscere l’interesse culturale dell’insediamento di case operaie nel centro storico di Castelfranco Emilia (interesse erroneamente negato nella verifica del 2006).
Realizzate nel 1909 dalla Amministrazione comunale al limite allora dell’abitato, costituiscono il primo esempio in territorio provinciale di edilizia popolare municipale.
Il piano strutturale comunale ne aveva prescritto il restauro ed era stato attuato un primo stralcio del conseguente piano di recupero, poi lasciato colpevolmente decadere.
Nel 2014 la variante urbanistica che consente la integrale demolizione, nei giorni scorsi infine disposta dalla Giunta comunale.

La Giunta comunale di Castelfranco Emilia ha di recente deliberato di procedere alla demolizione dei fabbricati che costituiscono uno straordinario episodio di edilizia popolare pubblica realizzata dalla Amministrazione comunale nel 1909, al limite dell’abitato del capoluogo e oggi sono integrati, come un compatto isolato, nel centro storico dell’insediamento urbano. La relazione tecnica che accompagna quella determinazione si fonda sulla considerazione delle asserite precarie condizioni conservative e delle desuete tipologie abitative di questo speciale edificato: sono caratteristiche proprie di gran parte del tessuto edilizio connettivo del centro storico di Castelfranco Emilia che non ne segnano certo la condanna alla demolizione, ma pongono la esigenza di un corretto recupero adeguato a moderni standard abitativi. Come infatti prevedeva il piano strutturale comunale (prima della variante del 2014) che prescriveva per quell’isolato restauro e risanamento conservativo e come aveva realizzato, ma con lo stralcio di una minore porzione, il piano di recupero lasciato poi colpevolmente decadere.
La Direzione Regionale per i beni culturali dell’Emilia Romagna aveva negato (2006) ogni interesse storico/architettonico ai fabbricati ora oggetto della disposta demolizione, perchè erroneamente ritenne che fossero stati radicalmente ristrutturati negli anni Ottanta del Novecento, mentre invece avevano mantenuto e ancora mantengono, oggi non più abitati, l’assetto originario. Ne è documentato l’autore del progetto, l’ingegnere Augusto Barigazzi (1), protagonista  all’inizio del Novecento nella ideazione della precoce edilizia sociale non solo in ambito bolognese (e sarà poi il principale artefice della prima produzione dell’Istituto per le case popolari di Bologna), sullo slancio delle affermate  amministrazioni comunali socialiste (2). L’insediamento delle case operaie, realizzato come prima espansione dell’abitato del capoluogo di Castelfranco Emilia, oggi si configura come un vasto omogeneo isolato, caratterizzato da distintivi modelli costruttivi, integrato nel centro storico e suo elemento costitutivo e qualificante.  Sicché incontestabile è l’interesse culturale dei fabbricati minacciati di imminente demolizione, documenti di un episodio saliente nella storia dell’insediamento urbano di Castelfranco Emilia e manifestazione di una attitudine precoce di politica sociale della  amministrazione rappresentativa della comunità locale. Dalla Istituzione della tutela si attende l’urgente revisione della erronea valutazione del 2006 e il riconoscimento dell’interesse storico – architettonico delle case operaie, che valga a scongiurarne la inconsulta demolizione e a promuoverne quel corretto recupero già perseguito, e solo di recente abbandonato, dalla stessa Amministrazione comunale.

Modena, 19 novembre 2019.

Italia Nostra, sezione di Modena.

(1) A.Barigazzi: «Delle case per gli operai di Bologna. Considerazioni, proposte e progetti», Bologna, Tip.Neri,1903.
(2) Fin dal 1905 l’amministrazione comunale di Castelfranco Emilia, guidata dal Sindaco Alessandro Melotti, si era determinata alla costruzione di case popolari, perseguendo il progetto «con ardita pertinacia»: Maria D’Amuri, La casa per tutti nell’Italia giolittiana. Provvedimenti e iniziative per la municipalizzazione dell’edilizia popolare, Milano, Ledizioni, 2013, pagg. 47 – 49.9

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