Duomo, Ghirlandina, Piazza Grande: osservazioni sul piano di gestione del Sito Unesco

Osservazioni di Italia Nostra al Piano di Gestione del Sito Unesco di Modena presentato pubblicamente il 3 ottobre 2012.

  1. E’ affermazione di immediata evidenza ma converrà porla in premessa: il Sito Unesco di Modena, il cuore dell’insediamento urbano storico, è integralmente costituito da beni immobili di dichiarato interesse storico e artistico e dunque assoggettati alla stringente disciplina di tutela e valorizzazione dettata dal codice dei beni culturali e del paesaggio. L’ambito di discrezione riservato al programmato specifico regolamento è perciò definito da quella ineludibile disciplina, pure con riguardo agli usi compatibili e appropriati della Piazza Grande. Né il regolamento, una volta che sia licenziato e posto in funzione, può valere ad esonerare dalla prevista specifica autorizzazione del soprintendente cui è subordinato ogni intervento come “esecuzione di opere e lavori di qualunque genere su beni culturali”, secondo l’insuperabile disposto dell’articolo 21, comma 4, del “codice”. Per altro l’autonomo esercizio della tutela riservato alla istituzione statale non può concettualmente formare oggetto di negoziazione neppure nei rapporti – interistituzionali – con l’ente pubblico rappresentativo della comunità locale. Perché non possa sfiorare il sospetto che il concertato regolamento del Sito sia strumento di elusione (o soltanto di attenuazione) del rigore  della tutela e dei relativi procedimenti.
  2. E a questo riguardo è appena il caso di rilevare che non in tutto appropriati sono i riferimenti normativi che leggiamo nel proposto “piano di gestione” e innanzitutto con specifico riferimento al “bene culturale” Piazza Grande (fatto oggetto di ripetuti  provvedimenti formali di “vincolo”) che corrisponde alla speciale categoria di “cose immobili” indicate nell’articolo 10, comma 4, lettera g) (“le pubbliche piazze, vie, strade ed altri spazi aperti urbani di interesse artistico e storico”) del “codice”.  Questo disposto fondante della tutela della piazza di interesse storico, come autonomo bene culturale in sé e pur indipendentemente dalla qualità degli edifici che ne definiscono lo spazio, non è considerato nello  “scenario di riferimento” di pagina 87. Mentre è norma residuale  (espressione di un difetto di coordinamento nella compilazione del recente testo normativo) quella, invece richiamata, dell’art. 11 (lettera c) che rinvia al successivo art.52 (non 53) sull’esercizio del commercio nelle “aree pubbliche aventi valore archeologico, storico artistico e ambientale” e non vale certo ad individuare  una autonoma speciale tipologia di bene culturale, distinta da quella di cui all’art. 10, coma 4, lettera g).
  3. Improprio per altro è il riferimento all’art.152 del decreto legislativo 31 marzo 1998 (non 1988), n. 112 (“Conferimento di funzioni amministrative dello stato a regioni ed enti locali”), espressamente abrogato dall’ultimo articolo (184) del vigente codice dei beni culturali e del paesaggio, che diversamente disciplina, con gli articoli 101, 102 e 112, la esigenza di cooperazione interistituzionale nella “valorizzazione”. E se poi si considera che il sito è composto integralmente da beni monumentali e quindi soggetti alla stringente disciplina di tutela della “parte  seconda” del “codice”, non v’è perciò ragione di promuovere (come invece suggerisce lo stesso “piano” a pagina 88) il riconoscimento quale bene paesaggistico a norma dell’art. 136 lettera c) della “parte terza” del “codice”. Un tale riconoscimento non varrebbe certo a fornire “ulteriori garanzie in merito alla tutela della integrità e autenticità del Sito” rispetto a quelle assai più incisive che presidiano il complesso monumentale. I paesaggi urbani tutelati da quella specifica norma (“i complessi di cose immobili che compongono un caratteristico aspetto avente valore estetico e tradizionale, inclusi i centri ed i nuclei storici”) comprendono prevalentemente o integralmente tessuti edilizi privi della primaria tutela di beni monumentali. Dunque il ricorso a quel diverso istituto di tutela paesaggistica per il monumentale sito modenese rischierebbe di introdurre un elemento di inutile complicazione e perfino di confusione.
  4. Nella sezione dedicata ai “vincoli”, da pagina 85, e nel richiamare “i criteri in base ai quali il sito è riconosciuto come tale nella formulazione proposta dal ministero beni culturali per l’aggiornamento 2012 della dichiarazione di Valore Universale”, si accredita una ricostruzione della vicenda storica della piazza e degli edifici circostanti che si espone a più di una imbarazzante smentita , là dove si assicura che “gli interventi condotti nel corso dei secoli sul complesso Unesco sono stati sempre indirizzati a mantenere in efficienza gli edifici e la piazza preservando nella sostanza le relazioni spaziali e volumetriche e prolungandone la vita nel tempo senza alterarne la fisionomia e le funzioni”, preservando cioè “la sostanziale autenticità del complesso” che “riveste senza soluzioni di continuità, a partire dal medioevo, il ruolo di fulcro della vita civile, politica e religiosa della città quale si definì agli albori della civiltà comunale”. E sì che poche pagine avanti, nella più analitica descrizione dei singoli elementi costitutivi del complesso, non si era potuto a meno di segnalare che a chiudere il lato sud della piazza dal 1965 si erge l’invadente edificio bancario che non solo sostituisce l’ottocentesco palazzo di giustizia, ma si avanza con il suo fronte porticato verso il fianco sud del Duomo di ben 12 metri, occupando circa settecento metri quadrati di quello spazio che dal medioevo era stato pubblico e intangibile e allontanando dal “fulcro della vita civile e politica della città“i servizi giudiziari” per far posto a quelli privati del credito. Una vistosa alterazione delle funzioni urbane e dei rapporti spaziali così consolidati nell’immediato intorno dell’insigne monumento romanico dalla sua fondazione, una incisiva modificazione nell’assetto planivolumetrico di insieme del complesso.
  5.  Non è qui il luogo per riandare alla cronaca della sconcertante vicenda urbana,  che fu registrata nella più avvertita stampa nazionale come un vero e proprio scandalo (Renato Bonelli, allora segretario di Italia Nostra, su Il Mondo di Pannunzio; Bruno Zevi su L’Espresso; Cesare Brandi sul Corriere della sera), se non per ricordare che proprio la porzione del nuovo edificio bancario che invade la storica piazza fu il risultato di un compromesso imposto dalla paludata commissione istituzionale al prestigioso ma arrendevole progettista (si abbassi l’altezza e semmai si avanzi pure sulla piazza; e per armonizzare la facies del nuovo edificio con  la quinta del palazzo comunale, anche qui l’infilata di un portico ma con gli archi in cemento armato rivestito in pietra). Certo è che di quell’edificio la città ancora si vergogna se il vigente piano regolatore nella tavola degli ammessi interventi edilizi in quell’ambito (la tavola è riprodotta nel “piano” che stiamo leggendo) lo registra ma solo per prevederne la demolizione con il “ripristino tipologico”. Che, inteso alla lettera, è all’evidenza qui impraticabile (perduto per sempre l’onesto edificio ottocentesco che in forme solenni rappresentava l’austerità della giustizia, tra episcopio, cattedrale e municipalità), ma sarebbe certamente proponibile per l’arretramento sul filo di quell’atterrato edificio e del preesistente pubblico Palazzo delle Vettovaglie (una magistratura comunale).  E anzi l’ultimo presidente della Cassa di risparmio, prima dell’assorbimento nel maggiore gruppo, aveva espresso un atteggiamento di responsabilità verso una simile soluzione. Evochiamo la vicenda non per il gusto di una troppo facile, inutile e tardiva recriminazione, ma perché non vorremmo che la copertura dell’Unesco con quella dichiarazione francamente agiografica valesse a legittimare il vulnus gravissimo portato in tempi recenti alla integrità del luogo e a definitivamente rimuovere un problema che nel cuore della città (il fulcro, dice il “piano”, della sua vita civile e politica)  è rimasto aperto e irrisolto ed è ben presente alla coscienza civica, come rivela la norma edilizia che abbiamo ora letto nella tavola del vigente strumento urbanistico. Al contrario, proprio dalla indulgente assunzione nel patrimonio dell’umanità, vorremmo che venisse lo stimolo a riproporre il problema alla responsabilità della città, pur se per una soluzione certamente non immediata.
  6. Benché così amputata, la Piazza (meno) Grande merita un rispetto che crediamo ancora non riconosciuto se la si apre indiscriminatamente a “eventi” incompatibili con la monumentalità del luogo, come la sede di concerti di musica sparata ad elevatissimi volumi contro gli esili torricini che ne vibrano sopra l’abside maggiore della cattedrale (il concerto estivo dei Simple Minds città più virtuose hanno ospitato in spazi aperti lontani dai loro centri storici) e di manifestazioni sportive – dimostrative – espositive di eterogenea natura, con vaste e perfino grossolane installazioni,  il cui montaggio impiega colossali mezzi meccanici, non sempre di brevissima durata ma sempre ad abbracciare le giornate festive, quelle di maggiore frequentazione turistica. Quando a simili “eventi” meglio si presta la vuota e comunicante Piazza XX Settembre.
  7. Certamente la spazialità della piazza è offesa da vasti dehors  anche incardinati su stabili pedane e quello maggiore contro il palazzo comunale a ostruirne il prospetto con la chiusura in pratica di  tre arcate del suo portico. Dunque il programmato regolamento imponga soluzioni più leggere e trasparenti, soltanto stagionali e agevolmente rimuovibili (via allora i così detti funghi radianti!), con il medesimo rigore saputo esercitare esclusivamente nella contigua Piazzetta delle Ova; e dètti prescrizioni che assicurino l’assoluta pedonalità della piazza contro i frequenti sconfinamenti. Insomma si acquisisca la coscienza che il grande onore della ammissione al rango di patrimonio dell’umanità (che perciò implica una limitazione di disponibilità e una nuova responsabilità verso il mondo intero!) comporta oneri ineludibili. E se li si ritenesse insostenibili, si rinunci allora al privilegio che neppure Bologna ha saputo ancora meritare.
  8. Il rispetto della piazza è in funzione stessa del rispetto dovuto alla cattedrale (“il gioiello famoso”, dice Brandi) e alla sua integrità innanzitutto fisica, contro ogni immissione di pericolose vibrazioni da traffico pesante e da alti volumi di suoni, ma pure come libera percezione visiva. E a questo riguardo si deve porre la esigenza che le pur doverose campagne di restauro degli esterni del Duomo (molto e forse troppo frequenti negli ultimi decenni e specie quelle interessanti il fianco sud e le absidi che costituiscono il tratto più prezioso della cornice della piazza) siano programmate con rigorosa previsione e concentrazione dei tempi così da assicurare che la copertura dei ponteggi sia strettamente funzionale alla operatività del cantiere di restauro per ridurre al minimo indispensabile il tempo di sottrazione del monumento alla fruizione visiva; e per altro così contenere la spesa del noleggio delle impalcature che inutilmente lievita nei protratti tempi morti dell’intervento. Con invasione non funzionale delle attrezzature di cantiere entro gli  spazi della piazza, essa stessa, lo ricordiamo, un autonomo bene culturale in sé, stabilendosi tra i due “beni” una relazione per così dire biunivoca.
  9. E a proposito della assolutamente prioritaria esigenza di tutela della integrità fisica della cattedrale romanica  vorremmo che la ammissione al patrimonio dell’umanità costituisse il fattore decisivo per la interdizione assoluta del traffico specie pesante e anche dei mezzi pubblici dalla “modesta piazzetta di taglio irregolare” (ancora Brandi: “Questa piazzetta è veramente come l’astuccio che non vuole gareggiare con il gioiello che contiene, ma intanto lo mette in evidenza”) “che permette quel tanto di arretramento a chi riguarda la facciata” del Duomo, ma è contrastato, aggiungiamo noi, dall’ininterrotto attraversamento di veicoli anche voluminosi (diciotto metri misura il doppio corpo del filobus) che trasmettono alle fondazioni del tempio  vibrazioni per certo non innocue e aggravano con i loro scarichi gli effetti del generale inquinamento atmosferico sui paramenti lapidei della facciata e le lastre del Genesi. Se poi non si ha l’ardire di allontanare da quello specialissimo luogo la linea di trasporto pubblico, la si riduca almeno all’impiego di una leggera navetta a trazione elettrica.
  10. Un’altra insidia minaccia l’integrità fisica del paramento esterno del Duomo che con i suoi conci medievali in arenaria continua ad attrarre la perversa attenzione dei “tossici”, come è agevolmente ancor oggi constatabile lungo il più riparato vicolo Lanfranco con punti di erosione che consumano in finissima polvere la pietra. Si pone cioè un problema di assidua vigilanza che per essere di ardua soluzione non per ciò può essere negato. Ma subito si mettano allo studio campagne di “educazione”, che valgano ad indurre non solo nei modenesi l’assoluto rispetto per il monumento nella sua stessa intangibilità fisica. Né si sottovaluti la efficacia esemplare della cura pure di minima manutenzione e pulizia da parte dei più diretti custodi del tempio, impegnata a rimuovere ogni eventuale anche soltanto apparente segno di trascuratezza (le settecentesche porte lignee della facciata, che riuscirono a suo tempo a prevalere sulla invadenza dei volgari battenti bronzei – e fu decisiva allora la intransigenza di Italia Nostra -,  esigono un non impegnativo restauro). Pensiamo che potrebbe essere decisivo al riguardo, ma anche e soprattutto per la più impegnativa cura di ogni esigenza conservativa – restaurativa dell’edificio, il ruolo della Fabbriceria  formalmente costituita (ma non secondo il modello normativo dettato dalla legge 222/1985 e dai relativi regolamenti  DPR. 33/1987 – DPR. 337/1999, cui  converrebbe che si adeguasse per il formale riconoscimento), alla quale inspiegabilmente il “piano”, se bene lo abbiamo letto, non dedica neppure il minimo riferimento.
  11. Né può essere taciuto un tema che riguarda l’assetto liturgico dell’interno della cattedrale, risalendo al 1978 la realizzazione di un nuovo presbiterio che occupa interamente la quarta campata della navata centrale, così drasticamente accorciata, mentre l’ingombro della predella con mensa e cattedra episcopale  ostruisce il percorso di accesso alla cripta e il soprastante pontile si prospetta posato sullo schermo della nuova struttura. Una alterazione vistosa nella mirabile spazialità dell’interno della cattedrale, che non fu giudicata ammissibile neppure al fine legittimo dell’adeguamento (in altri modi più appropriati certamente perseguibile) alla riforma del Vaticano II. La Soprintendenza che non l’ aveva autorizzata dispose allora la rimozione dell’opera e, di fronte alla reazione risentita dell’Arcivescovo, saggiamente non ne pretese l’esecuzione. Ma il problema di una più rispettosa soluzione (dissonante anche il rosso squillante della moquette di rivestimento della pedana) è rimasto insoluto e l’occasione della concorde definizione del “piano di gestione” potrebbe opportunamente essere colta per rimettere in discussione il problema dell’imprescindibile adeguamento alle esigenze liturgiche nel rispetto delle essenziali caratteristiche dell’assetto architettonico – storico  del sacro monumento.
  12. Infine il restauro del Duomo, specie nei suoi paramenti lapidei e nelle sculture dell’esterno (gli interventi più recenti sul fianco nord e sulla facciata hanno suscitato motivate riserve), non può rimanere, come metodo e soluzioni anche tecniche, estraneo all’interesse del “piano” che non voglia rinunciare ad essere, oltre il programma della gestione amministrativa del sito, anche un impegnativo progetto culturale. E dunque il “piano” potrebbe opportunamente considerare, sullo stimolo dei problemi posti dal caso emblematico della cattedrale modenese (ricordiamo il vasto interessamento di storici dell’arte e tecnici esperti che preparò il primo intervento sistematico di restauro sulle lastre del Genesi in facciata negli anni 70 del Novecento), la promozione di incontri di studio aperti alla partecipazione della comunità degli studiosi e storici dell’arte in particolare, sollecitati a condividere con specifici contributi la responsabilità della cura conservativa di monumenti esposti oggi come mai nel passato ai rischi delle condizioni ambientali, negli ultimi decenni gravemente deteriorate.

Modena, 22 ottobre 2012.

Il Direttivo della sezione modenese di Italia Nostra.

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