Il Sacrario della Resistenza a Modena: la testimonianza di Giovanni Losavio

Se non v’è agli atti dell’Istituto storico modenese la documentazione della
vera storia del sacrario dei partigiani caduti, voluto sul fronte nord della
Ghirlandina, credo di essere in grado di dare un contributo utile di
conoscenza per testimonianza indiretta ma sicura. Quel che si legge
navigando sul web, nel libretto che accompagna il disco della canzone
musicata da Sergio Liberovici per Cantacronache sui versi di Partigiano
sconosciuto, non è in tutto attendibile. La originaria informazione risale al
dottor Ennio Pacchioni che aveva fatto parte del Comitato di Liberazione
nazionale in rappresentanza del Partito d’Azione e a liberazione avvenuta
presidente dell’ente comunale di assistenza (ECA) e poi primo presidente del
costituito Istituto Storico della Resistenza. Lo conoscevo perché Pacchioni fu
promotore e primo presidente della sezione modenese di Italia Nostra (ne ero
socio), ospitata presso la sede dell’Istituto in Via Falloppia. Da lui appresi la
vicenda della costituzione del sacrario. In città era stato trovato il giorno della
Liberazione (non si sa in quale specifico luogo) il corpo di un giovane
partigiano, privo di documenti di identificazione, in tasca un tozzo di pane e la
propria fotografia. Nessuna famiglia lo aveva riconosciuto e aveva rivendicato
quel corpo. La fotografia fu fissata in qualche modo sul lato nord della
Ghirlandina, unico segnale verso la sperata identificazione. Dopo qualche
giorno, apparvero via via di fianco alla fotografia quelle di altri partigiani
caduti, spontanea iniziativa delle loro famiglie, e pure il testo scritto a mano e
anonimo dei versi di partigiano sconosciuto. Pacchioni ben conosceva chi li
aveva dettati, Ippolita (Litta) Vaccari, insigne insegnante di lettere del Liceo-
ginnasio San Carlo, sorella della partigiana socialista Ilva Vaccari, segretaria
della stessa scuola. La conferma del racconto io ebbi, fine anni 80,
nell’incontro con Ilva Vaccari. Il carattere spontaneo di quella rassegna di
immagini fu voluto a ragione conservare e la vetrina che la protegge è
divenuta il sacrario della resistenza, ancor oggi il luogo di una viva non
retorica memoria, il segno di una inesauribile attualità.
Un’altra storia il progetto – fallito – di monumentalizzare quella memoria. Anni
60 inoltrati, il Sindaco Rubes Triva incaricò Manzù di modellare una pietà
partigiana che avrebbe preso il posto del monumento ottocentesco al Tassoni
in Piazza Torre e nel basamento-zoccolo della scultura avrebbe dato spazio
all’applicazione delle immagini porcellanate dei partigiani caduti. Manzù
accettò l’incarico e subito si prodigò nel piccolo modello in creta che Triva
fece conoscere. Una idea infelice che tradiva la spontaneità originaria,
rispettosa del tradizionale assetto del luogo; una resa per altro di dubbio
gusto al limite del chic. Conosco bene questo sviluppo della vicenda, perché
anche allora presiedevo la sezione modenese di Italia Nostra e manifestai le
riserve della associazione sul progetto, ne parlai a Cesare Brandi
vicepresidente nazionale che, estimatore e amico di Manzù, lo convinse a
rinunciare all’incarico. Non si sa dove sia finito il modello di creta.
Modena, febbraio 2026.
Giovanni Losavio