“Sblocca-Italia”: Quando l’Italia dà i numeri. Due casi classici: Firenze e Modena

 

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Su la “Tribune de l’Art” di questo mese è uscito un lungo articolo di Stéphane Toussaint in cui, attraverso lo studio di due casi esemplari: Firenze e Modena, viene fatta una documentata analisi della politica culturale in Italia. Il testo pubblicato il 10 luglio c.a., è consultabile all’indirizzo: http://www.latribunedelart.com/quand-l-italie-debloque-deux-cas-d-ecole-florence-et-modene . Per facilitare la lettura la sezione modenese di Italia Nostra ha provveduto alla traduzione dello studio in lingua italiana (si evidenzia che il testo è annotato nella versione originale
francese, alla quale si rimanda il lettore).

Firenze e la “cultura morta”

Cinquemila euro. Questo il prezzo di un cocktail davanti alla Venere di Botticelli. Ma calcolate più del doppio per Michelangelo.
Sapevamo già che nessun museo, davanti a Sua Maestà la Crisi, rifiutava di affittare i propri spazi, dipinti o sculture. Ora è possibile, nella Firenze di Matteo Renzi e del suo doppio Dario Nardella, offrirsi una danza “tribale” di Masai in armi davanti al Laocoonte o festeggiare davanti al Davide marmoreo, emblema avvilito della libertà fiorentina. Se si trattasse solo di rispettare Michelangelo… ma, come ha spiegato un esperto di recente, l’affluenza dei visitatori che esercitano una pressione intorno alla statua (oltre 4,5 tonnellate al minuto) mina la stabilità del gigante, le cui caviglie di marmo soffrono di microlesioni .
Imitando questi dannosi esempi, alcune grandi biblioteche italiane – chiamate all’inglese “location” – possono ospitare nelle loro sale una sfilata di moda, o addirittura una partita di golf.
Né il rispetto per il patrimonio né la salvaguardia della cultura né il semplice riguardo per i monumenti, nessun principio resiste nell’Italia di Matteo Renzi, mentre – scandalo che non ha precedenti – l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, dove vengono restaurati Della Robbia e Leonardo, minaccia di chiudere. È pur vero che non si contano più gli abusi di potere contro questi stessi principi in Francia, come insegnano la “Samaritaine”, le Serre di Auteuil e altri casi eclatanti.
La mercificazione dell’Italia, combattuta da critici coraggiosi definiti “gufi” da Matteo Renzi, non incontra nessun vero ostacolo politico, malgrado le proteste di un Adriano Prosperi, di un Salvatore Settis o di un Tomaso Montanari. Come potrebbe essere diversamente in un’Italia in cui il Presidente del Consiglio Renzi ha proclamato il suo disgusto per le “Soprintendenze”, istituti votati alla tutela del patrimonio e del paesaggio, la cui nascita risale all’Italia preunitaria, insieme al suo sovrano disprezzo per la storia dell’arte, come è stato bellamente dimostrato dal fiasco della Battaglia di Anghiari, di cui è stato uno degli attori principali? Il massimo è stato raggiunto quando il buon Matteo ha proposto di “terminare” la facciata di San Lorenzo rimasta incompiuta dopo Michelangelo o quando ha voluto “modernizzare”, tramite uno sponsor privato, l’orologio a una lancetta in funzione dal 1667 sulla torre di Palazzo Vecchio. Bisogna leggere (con moderazione) la prosa di Renzi come il breviario di un beota nella terra di Giotto per capire dove sta andando l’Italia: “La nostra cultura è nelle mani di una struttura [sic] del XIX secolo, essa non può essere fondata sul sistema delle Soprintendenze”. Oppure: “Sovrintendente è una delle parole più brutte di tutto il vocabolario della burocrazia”. Infine: “la cultura morta non è bellezza, al massimo può essere storia dell’arte, ma non suscita emozione”. Le pagine da cui proviene questa confortante citazione, che avrebbe deliziato André Chastel, causano dolore o ammirazione, come dimostrano le reazioni antitetiche di Claudio Giunta e Sofia Venturi: il primo ironizza sul “Sole 24 Ore” sul populismo dell’allora Sindaco di Firenze, l’altra si dimostra invece entusiasta, su “L’Espresso-Repubblica”, di fronte ad un’arte della comunicazione “nelle grandi democrazie” che restituisce per contrasto, va detto, tutti i suoi titoli di nobiltà al dispotismo illuminato. Ma siccome Renzi non ha tutto sommato alcun ideale democratico, il suo scopo essendo il potere che ha ottenuto senza elezioni, è importante comprendere come le sue minacce anti-intellettuali vengono messe in atto.
Che cosa significa “una cultura morta” sinonimo di storia dell’arte? E cosa si deve pensare della storia dell’arte che “non suscita emozione”? Probabilmente questo: che la “cultura” dovrebbe essere un’“emozione” perpetuamente dissociata dal sapere. Renzi rassomiglia dunque ai nostri ministri della Cultura e dell’Istruzione i quali, da Lang e Allègre in poi, sono le maschere ripetitive di un potere ignorante. Per un tale potere, ogni erudizione sarebbe contro la vita, contro la creazione, peggio ancora: contro la creatività, il vecchio mito pubblicitario degli anni ’70 del secolo scorso, tornato in auge con le rispettive Signore Pécresse e Vallaud-Belkacem. E che cosa significa “la vita” per un politico come Renzi, alleato di Berlusconi, amico dei grandi sarti e dei finanzieri, se non il look, il marketing e il commercio?
Nella pratica il patrimonio non deve più essere conosciuto né insegnato, ma “vissuto”. Traduzione: mercanteggiato. Così Leonardo non è più interessante di per sé, ma unicamente perché Bill Gates ha acquistato il Codex Leicester o perché il National Geographic ha pagato cash la ricerca miseramente abortita della Battaglia di Anghiari. Abbiamo capito: una cultura “che vive” è prima di tutto una cultura “che vende” e l’Italia non può dimostrare di esistere se non svendendo se stessa. Come nel fatidico 29 giugno 2013, quando per circa quindici ore ai fiorentini e ai turisti è stato proibito l’accesso al Ponte Vecchio al fine di consentire a Luca Cordero di Montezemolo, grand patron della Ferrari, e ai suoi ospiti, di occupare il monumento per la ridicola somma di 2.489 euro in occasione di una sfavillante “Cavalcata Ferrari”. Perché il dilettantismo non è il male minore di questa fascinazione per i ricchi e i potenti, classe eccezionale di individui di cui gli storici, i ricercatori, soprintendenti, bibliotecari rappresentano la detestata opposta categoria, ossia quella dei “professoroni” vilipesi da Renzi a causa di un complesso di inferiorità che è pari soltanto a quello di Nicolas Sarkozy nei confronti della Principessa di Clèves. Se il platonico Ficino poteva sostenere nel Quattrocento che il potere, senza il sapere, è soltanto nocivo e che Giove deve governare insieme a Saturno, è un dato acquisito che ogni politica attuale è antiplatonica.
Ma vediamo piuttosto come Renzi traduce la sua fobia dei “professori”. Togliendo, di fatto, ogni potere alle Soprintendenze al patrimonio storico e artistico sul territorio italiano. Questo colpo da maestro è passato il 12 settembre 2014 sotto il nome di decreto legge n. 133 “Sblocca-Italia” con tutta la sfrontatezza della comunicazione “democratica” renziana, che pone immediatamente tale “decreto legge illegale” al livello di uno sturatore amministrativo, se non di un lassativo nazionale. Bisognerà dunque purgare l’Italia dei suoi esperti e dei suoi conservatori – in tutti i sensi – eccessivamente attaccati alla salvaguardia dei monumenti, delle opere e dei siti?
Lo “Sblocca-Italia”, firmato senza patemi d’animo da Giorgio Napolitano, è un vasto dispositivo di 45 articoli che mira principalmente a rilanciare l’economia tramite la cementificazione del paese. Chi ama l’Italia devastata dagli abusi dal Nord al Sud, inclusa la Sardegna e la Sicilia, sarà felice. Lo “Sblocca-Italia” favorisce, per citare cinque esempi lampanti, gli investimenti privati nel settore pubblico, le partecipazioni poco trasparenti di tipo pubblico-privato o project financing, il facile stoccaggio delle terre inquinate, le disastrose perforazioni di petrolio e di gas, oppure, ancora, il rinnovamento abusivo delle concessioni di autostrade di cui un grande beneficiario non è altro che il gruppo Gavio , sostenitore economico del partito di Renzi. Ora, in questo dispositivo sono anche decise, in particolare nell’articolo 25, “misure urgenti di semplificazione amministrativa e di accelerazione delle procedure in materia di patrimonio culturale” . Queste misure introducono tali correttivi alle leggi sul patrimonio che sarà ormai molto più facile derogare alle norme di protezione dei monumenti e dei paesaggi, già abbastanza compromesse, come attesta il barbaro progetto di un’autostrada attraverso la Maremma, il meraviglioso litorale toscano minacciato dal gruppo Gavio, ancora lui.
Inoltre, imponendo a Soprintendenti oberati di lavoro di emettere un parere entro 60 giorni in assenza del quale ogni decisione passa automaticamente alla Regione, se non addirittura al Consiglio dei Ministri, è chiaro che il governo Renzi intende sbarazzarsi di ogni ostacolo scientifico e tecnico, siccome il silenzio delle tutele sarà considerato ormai quale tacito assenso . Riguardo al principio stesso, conviene ascoltare Andrea Carandini, ex presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali: “Le Soprintendenze sono stati svuotate di personale e risorse. Sono state volutamente svuotate e rese disabili. Negli uffici delle Soprintendenze di Milano, sempre più scarse, si calcola che ogni dipendente avrebbe soltanto 3-4 minuti per esaminare la documentazione per dare un parere, se si dovesse seguire i termini della legge […]. Constatiamo, insomma, l’intento di eliminare tutto ciò che è considerato una barriera, cioè il controllo e il sistema delle Soprintendenze, mentre parliamo invece di una struttura che garantisce l’applicazione dell’articolo 9 della Costituzione sulla tutela del paesaggio e del nostro immenso patrimonio storico e artistico”.
Renzi lo aveva detto a Napoli, a due passi da Pompei, nell’agosto 2014: “Mai più cantieri fermi per ritrovamenti archeologici!” Ha mantenuto la parola al di là delle più funeste previsioni. Non è solo l’archeologia preventiva, l’unica in grado di bloccare la distruzione dei siti, ad essere in tal modo imbavagliata ma alla fine la “tutela ambientale, paesaggistico-territoriale, del patrimonio storico-artistico ovvero la tutela della salute e della pubblica incolumità” nel caso delle attività inquinanti.
Senza alcuna lucidità la Toscana, regione di punta del patrimonio italiano presieduta dal nocivo ma inamovibile Enrico Rossi (tenace distruttore del sistema sanitario toscano e accanito difensore dell’autostrada della Maremma) svende in cambio di un’autonomia illusoria, strappata alle sue stesse Soprintendenze, la salvaguardia dei suoi monumenti. Per non essere da meno, il sindaco di Firenze Nardella indirizza al mercato immobiliare internazionale un elenco promozionale delle vendite in cui figurano già 59 siti, pubblici e privati, in un dossier intitolato Florence city of the opportunities: già la Manifattura Tabacchi, capolavoro in abbandono del razionalismo italiano (1933-1940), sembra in pessime condizioni . A livello nazionale il Ministero dei Beni Culturali o MiBact non controlla più i beni ormai alienabili, come osserva Montanari nel suo ultimo pamphlet, Privati del Patrimonio (Einaudi, 2014).
Con questo spirito è nata, poco prima dello “Sblocca-Italia”, una riforma drastica dello stesso MiBact, istituita il 29 luglio 2014 col decreto del Ministro Dario Franceschini, meglio ispirato quando difendeva gli studi classici contro Google. Le Soprintendenze sono ormai raggruppate, epurate, sollevate dalla loro autorità che viene trasferita alle Regioni. Venti “supermusei” (di cui soltanto sette di “prima categoria”) vengono relegati, checché ne dica il ministro , al potere di “manager museali” isolati dalla rete degli esperti e dei tecnici sparsi nel territorio. Insomma, un autentico “terremoto” secondo il ben informato “Giornale dell’Arte” .
Ma anche alle biblioteche, tra cui si contano le più antiche e prestigiose d’Europa, Franceschini assesta un duro colpo. Gestite finora senza mezzi mentre conservano un patrimonio immenso , queste istituzioni storiche dove sono preservati dei tesori – miniature, papiri, manoscritti preziosi e incunaboli rarissimi – verranno declassate per fare delle economie, e private, in parte, delle loro direzioni specifiche , come succederà, ad esempio, per la gloriosa Braidense di Milano.
Si intuisce che la cultura, secondo il criterio di Renzi, non “vive” nelle biblioteche, poiché il loro ingresso gratuito – contrariamente alla nostra BnF [Bibliothèque Nationale de France]! – assicura uno strumento di lavoro essenziale agli storici, ai filologi e studiosi la cui scienza, ci viene detto, sarebbe “morta”. La venerabile Biblioteca Medicea Laurenziana, fondata dai Medici, edificata da Michelangelo, ed i cui manoscritti – il Virgilio Laurenziano, le Pandette, i Dialoghi di Platone – sono tra i più antichi, più belli o più rari al mondo, non sfugge alla riforma. Per riprendere la terminologia cara al governo, la Laurenziana non è una “miniera d’oro” paragonabile agli Uffizi. E che dire della splendida Biblioteca Riccardiana adiacente al Palazzo Medici? Ma bisogna senz’altro applaudire a questo colpo da maestro, dal momento che Franceschini, scrittore occasionale, ama chiamarlo “razionalizzazione degli archivi”.
Scettici, i commentatori dibattono ancora sugli effetti distruttori di leggi votate con urgenza con l’unico fine di convincere l’opinione che il governo “agisce” contro l’immobilismo. Da Berlusconi a Renzi raramente l’Italia sarà stata governata con tanta ostinazione contro la propria concezione del patrimonio, secondo cui i monumenti, i paesaggi, le opere e i libri si fondono in un’unica continuità culturale.
Ma le complessità del decreto Franceschini e dello “Sblocca-Italia” si chiariscono un po’ con le parole della Direttrice Generale delle Biblioteche Rossana Rummo, incaricata di calmare gli spiriti. Voluta da Renzi, la signora Rummo, nota ai parigini , descrive così la situazione: “Pensi, per esempio, al superamento del sistema delle Soprintendenze, oggi sostituite dalle direzioni regionali. In questo caso si è ritenuto opportuno mettere mano a un assetto che, in sostanza, era ancora di stampo ottocentesco”. Renzi non parlava diversamente in Stil Novo. Vediamo ora cosa risponde la stessa Direttrice Generale alla domanda di Alessandro Zaccuri riguardo al numero di dirigenti ridotto da 20 a 9 per ben 47 biblioteche statali e assimilate: “Stiamo passando da un sistema eccessivamente decentrato, a uno che invece accentua la funzione delle direzioni generali, compresa quella delle Biblioteche. […] La Direzione Generale delle Biblioteche è la responsabile ultima dell’autonomia tecnico-scientifica” di tale sistema. Se è troppo presto per fare un bilancio del decreto Franceschini, questa riforma compromette, secondo un’ex Direttrice della Laurenziana particolarmente pugnace, “tutto ciò che fa di una biblioteca un luogo vivo e non un deposito dove si conservano libri”. Si può constatare che la fede di Renzi – il libro è cosa morta, viva l’iPhone! – conta pochi proseliti tra gli studiosi.

Modena, Gae Aulenti e il “clima storico”

Il patrimonio non ha quindi più un’importanza intrinseca. È l’odioso risultato del principio europeo delle “eccellenze”: ogni immagine nuovamente creata dal marketing sostituisce facilmente la storia di una cultura che viene cancellata anche nei programmi scolastici. Ossia: tutto può diventare eccellente nel momento in cui si inventa, per giustificare tale eccellenza, una gerarchia fittizia a scapito di valori reali. La Laurenziana non è considerata un’“eccellenza” per consentire più facilmente al Ponte Vecchio di diventarne una e per organizzare, ad esempio, la “Cavalcata Ferrari” su quel ponte pittoresco la cui unica qualità monumentale è di fare attraversare al Corridoio Vasariano l’Arno che separa il Palazzo Pitti dal Palazzo Vecchio. Si mette in atto una pericolosa competizione tra i siti e le opere, frutto di una rivalità negativa tra la memoria storica e l’immediata redditività.
L’eccellenza, sempre lei, è anche lo stendardo brandito a Modena, città scossa nel 2012 da un terremoto che risparmiò miracolosamente la Biblioteca degli Este col fine probabile di lasciare agli uomini il compito di comprometterla con più agio.
Come definire un progetto che ingabbierà tra l’altro i 500.000 volumi (di cui 16.000 cinquecentine) della Biblioteca Estense in due torri di vetro? “Riqualificazione” come sostiene la Fondazione Cassa di Risparmio , responsabile del progetto insieme al Comune di Modena appoggiato da Franceschini durante la sua recente visita, o invece “distruzione”, come giudica “Italia Nostra”, l’associazione di difesa del patrimonio, nella persona di Giovanni Losavio, e come pensano pure Salvatore Settis e Adriano Prosperi, che denunciano la privatizzazione in corso di un bene pubblico?
Modena, non meno di Firenze, è un caso classico di come il patrimonio e la cultura subiscano l’azione incrociata delle “eccellenze” e delle finanze. Il lettore coraggioso che mi ha seguito nei meandri, qui semplificati, della nuova legislazione italiana, non sarà colto di sorpresa nell’apprendere che la “Galleria Estense” subisce il destino dei “supermusei” di seconda classe scelti da Franceschini senza criteri scientifici evidenti: la Soprintendenza di Modena essendo virtualmente abolita, avrà un nuovo Direttore senza tutela territoriale a presiedere al destino della sfarzosa collezione d’arte trasferita da Ferrara a Modena da Cesare d’Este nel 1598. C’è forse bisogno di ricordare i nomi dei suoi ospiti: Cima da Conegliano, Niccolò dell’Abate, Dosso Dossi, Veronese, Tintoretto, Carracci, Correggio?
Al termine di un restauro esemplare, la Galleria è stata appena inaugurata il 29 maggio e ne siamo felici. Si vorrebbe poter dire altrettanto per altre due istituzioni ospitate nello stesso ben denominato Palazzo dei Musei, l’ex “Grande Albergo delle Arti” creato nel Settecento: la “Biblioteca Estense” e la “Biblioteca Poletti”. Tale purtroppo non è il caso per queste due istituzioni. L’insieme veramente unico del Palazzo dei Musei che riunisce dal 1889 non soltanto la Galleria e la Biblioteca di Stato degli Este, la Biblioteca civica di storia dell’arte Poletti, ma anche gli Archivi comunali, il Museo del Risorgimento e altre collezioni, verrà molto probabilmente smembrato se le autorità non rinunceranno ad un progetto firmato nel 2010 congiuntamente dallo studio di Gae Aulenti e dagli Ingegneri Riuniti.
Detto progetto ha origine in un investimento immobiliare realizzato della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena. Nel 2007 la Fondazione è in effetti diventata proprietaria di un vasto complesso architettonico, l’antico “Ospedale Sant’Agostino”, fondato nel XVIII secolo, dove la Biblioteca di Stato degli Este e la Biblioteca civica Poletti dovrebbero traslocare, lasciando l’attuale Palazzo che le ospita da centotrent’anni, per passare, paradossalmente, sotto tutela privata. Costo dell’operazione: oltre sessanta milioni di euro. E i lavori progettati comporteranno ben più di una modifica all’aspetto dell’antico ospedale, anche se sotto tutela dal 2004, poiché Gae Aulenti ha previsto di farvi erigere due torri di vetro di 23 metri per immagazzinare i libri transfughi. Torri automatizzate, blindate, ignifughe, climatizzate sul modello, oh quanto perfettibile, delle torri della Bibliothèque Nationale de France, i cui errori di concezione e le cui disfunzioni senza numero sono troppo note ai ricercatori malgrado il gratuito autocompiacimento dell’architetto mitterrandiano Dominique Perrault .
Fin dall’inizio del progetto la sezione di Italia Nostra di Modena, presieduta dall’ex giudice di cassazione Giovanni Losavio, si oppone al trasferimento delle biblioteche e al progetto di riqualificazione abusiva dell’Ospedale Sant’Agostino, con l’aggiunta di uno spazio commerciale costruito ex novo all’interno dell’antico edificio. Su un sito creato ad hoc la Fondazione Cassa di Risparmio di Modena contesta tali obiezioni con largo dispiegamento di immagini, interviste e articoli in risposta. Due concezioni si affrontano, che incarnano in modo emblematico le antitesi della valorizzazione del patrimonio. Una consiste nel trasmettere intatta un’eredità culturale; l’altra pretende di adattare il passato alle attuali tendenze socio-economiche. Una desidera migliorare un modello di ricerca collaudato: la biblioteca come luogo di studio; l’altra vuole imporre alla ricerca un nuovo modello polimorfo: la biblioteca come luogo e legame sociale, la mediateca di informazione, di scambio e di commercio. A queste tensioni non specifiche all’Italia (che causano un certo disorientamento ai cervelli dei nostri ENSSIB) si lega una questione di buon senso: abbiamo il diritto di distruggere un’unità patrimoniale per investire sul nome di una star dell’architettura, e con quali rischi?
La grande Gae Aulenti, soprannominata da Pol Bury con cattiveria l’“Attila costruttore”, non aveva alcuna esperienza di biblioteche (come Perrault), pochissimo interesse per la conservazione dei siti (lo si è visto a Orsay) e un debole rispetto per i suoi predecessori . Il progetto di Modena conferma il verdetto: strappa al loro luogo di conservazione i libri delle biblioteche Estense e Poletti per scinderli arbitrariamente in due parti distanti, quella “museabile” e l’altra, mentre due torri fanno violenza alla forma dell’Ospedale così come all’armonia del suo ambiente architettonico, a cui si aggiunge la presenza parassitaria di un centro commerciale. I ricercatori potrebbero perdere l’unità di un fondo plurisecolare e la città l’integrità di uno dei suoi quartieri storici. Altre perplessità rimangono. Ne sceglierò soltanto due.
Primo punto: la celebre Bibbia di Borso d’Este , le collezioni antiche e rare ed altri pezzi preziosi conservati nell’Estense saranno musealizzati in un “Polo Espositivo”, polo di esposizione distinto dalla biblioteca propriamente detta – contro la logica scientifica ma non contro l’interesse mercantile. La ragione di tale smembramento salta agli occhi da quando il ministro Franceschini ha presentato una proposta che conferma a meraviglia il senso globale del mio discorso: bisogna monetizzare la “visita” del manoscritto degli Este. Tutto torna: la politica anti-intellettuale di Renzi – grande emotivo dell’“emozione” a pagamento, la privatizzazione del patrimonio e la marginalizzazione degli studiosi. Che un tale modello di governo piaccia in Francia non ha nulla di eccessivamente sorprendente. E il resto dei libri? Sarebbe immagazzinato per la maggior parte – un milione di volumi in tutto – nelle famose torri automatizzate a nord del “Polo librario” o polo dei libri, sembra in deroga al piano urbanistico e di protezione del monumento.
Secondo punto: un esperto mobilitato dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Modena per contrastare le critiche di Italia Nostra, spiega in un’intervista che le torri automatizzate di Gae Aulenti, concepite secondo criteri ultramoderni, garantiranno una conservazione e una distribuzione automatizzate incomparabili, e verrà preservata l’autenticità delle preziose librerie barocche concepite dall’architetto Termanini, risistemate nella loro nuova sede. Tuttavia, dopo la lettura degli argomenti proposti, molte domande rimangono aperte.
Le librerie originali Termanini, che formano un insieme funzionale e armonioso con le loro copie dell’Ottocento, verranno visibilmente disgregate, ridimensionate e museificate, come si può constatare sul sito del futuro “Polo espositivo”: il loro zoccolo originale scomparirà e non orneranno più la biblioteca dei ricercatori.
Inoltre non si dispone ancora, a mia conoscenza, di nessuna informazione affidabile sul sistema di automazione del “Polo librario”. Ci viene chiesto di credere che funzionerà meglio che a Bologna o presso la BnF di Tolbiac, il che non è difficile da promettere. I casi di Oxford, biblioteca di deposito legale (contrariamente a Modena), di Boston o di Brescia non presentano nulla di rigorosamente comparabile al principio delle torri automatizzate, le quali necessitano di un macchinario formidabile, nel doppio senso del rischio e della complessità che esso implica. Le torri di Aulenti dovranno effettivamente raccogliere una sfida temibile per la salute dei libri, ossia quella delle variazioni microclimatiche. Ma i costi di funzionamento non sono stati comunicati ed il loro impatto ambientale rimane sconosciuto. Ce ne sono sempre di imprevedibili se si pensa, per esempio, ai duecento uccelli che ogni anno si sfracellano la testa contro i vetri della nuova BnF.
Soprattutto, un fondamentale principio di conservazione sembra essere stato colpevolmente trascurato. È espresso in norme che pur sono ben note agli specialisti del patrimonio italiano, intitolate con precisione UNI 10969 e UNI EN 15757. Queste raccomandazioni all’avanguardia del progresso specificano da un lato che le disposizioni dette “attive”, come la ventilazione, l’umidificazione, la deumidificazione e la climatizzazione degli archivi, devono essere assolutamente limitate “allo stretto minimo necessario”, in secondo luogo, che il “clima storico” di un fondo librario acclimatato al suo ambiente da molto tempo non può essere perturbato, interrotto o modificato senza grave pregiudizio. Tale clima storico esiste già a Modena, è per l’appunto il “Palazzo dei Musei”. Ora lo spazio non è carente da quando diverse migliaia di metri quadri sono state provvidenzialmente liberate, rendendo possibili l’espansione e lo sviluppo in loco, senza causare traumi, delle Biblioteche Estense e Poletti.
Infine, la prosperità di cui sembra godere la Fondazione Cassa di Risparmio potrebbe giovare meglio alle immediate operazioni di restauro e digitalizzazione dei libri di Modena. La “Biblioteca Estense” è cara agli eruditi non solo per la Bibbia degli Este, ma anche per i manoscritti greci e orientali di Alberto Pio, signore di Carpi, nipote di Giovanni Pico della Mirandola, e per molti altri libri ancora, di cui sarebbe possibile salvare la memoria per sempre. Uguali benefici ci potremmo aspettare per la Poletti. Si calcolò un tempo che l’investimento necessario per la nuova sede della BnF a Tolbiac avrebbe permesso di digitalizzare quasi 5 milioni di libri dell’ex Biblioteca Nazionale a Richelieu. Con le dovute proporzioni, la Fondazione farebbe bene a non prendere una cantonata altrettanto costosa. Gli studiosi gliene saranno grati.
A fronte dei quotidiani attentati che subisce il patrimonio della Penisola, a fronte dei doveri di economia delle risorse e del rispetto per l’ambiente che incombono sull’Europa, il progetto di Gae Aulenti non risulta già quasi più moderno. Vagamente retrogrado, non è forse basato sulla dislocazione di un microcosmo culturale, su una dispersione degli spazi e su una ingegneria dispendiosa?
Il “clima storico” di Modena e delle sue biblioteche, come di ogni altra città italiana, dovrebbe essere la principale preoccupazione delle fondazioni private, le cui direzioni non hanno bisogno di cercare altrove e in modo abbastanza provinciale, a Parigi o a Boston, una modernità che l’Italia porta in sé fin dal Rinascimento. Dobbiamo esserne persuasi, il “clima storico” non si perpetua tramite una rottura ma tramite l’umanesimo di una cultura di cui l’Italia sotto Renzi sembra aver fatto il suo bersaglio preferito.
Stéphane Toussaint, venerdì 10 luglio 2015

Stéphane Toussaint italianista e filosofo, è Direttore di ricerche del CNRS (Parigi), studioso del Rinascimento italiano, ha insegnato all’Università Parigi VIII e a La Sorbonne.

“Stéphane Toussaint, italianiste et philosophe, est Directeur de recherches CNRS du CNRS au LEM, Umr 8584 (CNRS / Ecole Pratique des Hautes Etudes). Normalien, ancien membre de l’École Française de Rome, il s’est aussi formé à Florence, auprès d’Eugenio Garin et de Cesare Vasoli. Il a enseigné la Renaissance italienne, sa spécialité, à Paris VIII et à La Sorbonne. Ses trois précédents livres sont : Pic de la Mirandole, Commento. Les formes de l’invisible (Paris 1989); L’esprit du Quattrocento. Le De Ente et Uno de Pic de la Mirandole (Paris 1994) ; De l’enfer à la coupole. Dante, Brunelleschi, Ficin (Rome 1997), avec une préface d’Eugenio Garin. Depuis 1998, il dirige la revue de philosophie de la Renaissance «Accademia» et préside la « Société Marsile Ficin »”

 

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